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martedì 29 aprile 2014

sabato 23 febbraio 2013

#votatealsenato #votateinLombardia


Da quello che ho appreso ieri, perché il tutto sia minimamente governabile, occorre cercare di mettere una pezza al Senato. I cripto sondaggi ve li risparmio, e comunque potrebbe accadere di tutto.
Ma il messaggio è questo: se vincerà, come sembra, Bersani, è interesse di tutti andare a votare al Senato per metterlo in condizione di governare. Come sapete, la Lombardia è l'Ohio di Italia quindi ha ancora maggiore importanza.
Quindi: andate e fate andare a votare, votate e fate votare in Lombardia.
Dai.

mercoledì 26 ottobre 2011

La banalità del dolore


Non mi era mai capitato di partecipare, diciamo così, a un lutto collettivo. Non riesco a non pensarci, neanche oggi che ormai la radio e internet sono pieni di cronache da un funerale. Non riesco a non pensarci e non so perché.
La Normanna dice che è perché siamo genitori e viene un po' d'ansia per i bimbi. Per quando cresceranno, chiaro, ma anche per empatia con i genitori.
Mmh.
No, io direi che forse, se pure c'entra il sentirsi padri e madri, c'entrano pure un sacco di cose inconscie sulle moto e sugli incidenti.
C'entra il fatto che fosse simpatico, ne sono sicuro. Con quel testone, l'accento, la spontaneità. Pulito, in gamba, da portarselo a bere una birra o a un concerto di quelli belli. C'entra il fatto che la morte è stata tragica e macabra oltre maniera, di contro a un personaggio così solare.
C'entrano tutte le cose, ma non me lo spiego lo stesso.
Da quando esiste la televisione il lutto collettivo, dalla cronaca nera in prima serata al cadavere planetario di Woityla, è entrato in casa e ci ha letteralmete ammorbato, sporcato e in definitiva spento la sensibilità. Ci commuoviamo, sì, ma poi passa.
Come tutto quello che passa in tv, appunto: poi passa.
E invece questo ragazzo, no, non mi passa. Sarà che sto invecchiando. Sarà che nel mondo sporco, parassita e triste in cui viviamo un po' d'allegria ci voleva, e ti ci attacchi di più. Sarà. Rimane la banalità del dolore, le meravigliose testimonianze della famiglia.
E una testa di ricci che non si sa come facessero a entrare nel casco.

lunedì 24 gennaio 2011

tipi da Coop


Seguo da vicino il post di suevele.

Ammettiamolo: l'Esselunga di Pavia è insopportabile. Per molte ragioni: la prima e la più importante è che si tratta di un supermercato cittadino. Piccolo ma non troppo, vicino alla stazione, gran parcheggio, paradiso dei single dei pendolari e degli anziani e dei ragazzini etc. Quindi, è pieno a tutte le ore e tutti sono nervosi e incazzati e c'è sempre da far fila almeno una ventina di minuti alla cassa. La seconda è che si tratta di un supermercato cittadino a Pavia. Dunque, all'irritazione causata dalla forza di attrito delle persone che fanno la spesa tutte insieme spintonandosi, c'è l'aggravante della tradizionale simpatia dei pavesi, nota al mondo per essere seconda solo alle tribù antropofaghe degli Impalatori di Teste del Congo.
Per chiarirci: il pavese tipo è quello che, se ti cospargi di benzina e ti dai fuoco alla cassa, inarca un sopracciglio, fa un passo indietro, stringe bene la borsa al petto e poi, alzandosi sulle punte per cercare con gli occhi l'inserviente con scopa e strofinaccio, dice al vicino "Poverino, sì, però non poteva darsi fuoco a casa sua?".

Per questo, da anni, sono passato alla Coop. Che ha alcuni innegabili vantaggi, tipo i prodotti stagionali, la roba per bambini che costa meno, il pesce migliore e alcuni svantaggi, per lo più incomprensibili, del tipo: il vino che costa una fucilata, l'assortimento un po' balengo, le code perenni alle casse o all'assistenza. Il grosso salto di qualità lo fai comunque con le persone: inservienti cortesi, la gente che ti saluta e ti chiede addirittura come stai, il pescivendolo che ti dà le ricette, a volte coinvolgendo anche la sciura che aspetta il suo turno dopo di te.

Il che rende tollerabile andare a far la spesa a uno come me che odia da sempre i supermercati. E gli Ipermercati. E i cosi commerciali tipo città del consumo irresponsabile.
Di sabato, poi.

Finchè ho scoperto come evitarmi il sabato. E la mia vita è cambiata.
(continua)

lunedì 22 novembre 2010

Sono andato a vedere Harry Potter 7 (e mi sono divertito)


Ah ah ah-haaa. Che bello. Mi sono proprio divertito. Ne dirò prima i (due) gran difetti: pessima la scelta dell'attore che interpreta Xenophilius Lovegood e di conseguenza anche un poco storpiata la funzione del personaggio nella storia. Mi sarei aspettato un vecchietto svampitello alla Christopher Lloyd, questo sembra un Malfoy caduto in disgrazia. E poi, Fenrir messo in disparte da un ghermidore che sembra una versione gay di Bono Vox... andiamo, qui si poteva far meglio. Ma tant'è: mica si può azzeccarle tutte.
Poi, i pregi. Ottimo l'inizio con Hermione. E poi ottima anche la scena con la tavolata di Voldemort e la solita strepitosa Helena Bonham Carter nei panni di Bellatrix Lestrange – e Nagini! Qui, e a Godric's Hollow... ih!
Poi: belle le sequenze del ritrovamento della spada, leggermente sotto tono il litigio tra i tre e il tema della separazione: forse una voce narrante avrebbe aiutato, non so. Davvero buone anche le scene al Ministero, non ci avrei scommesso.
Nel complesso la storia degli Horcrux non è chiarissima (e come poteva?), ma regge. E il racconto dei Doni della Morte, affidato a un'animazione di grande mano, è invece perfetto.
Narrativamente, ha pochissime pecche: si perdono i ruoli dei comprimari (anche Ginny) ed è un peccato – ma anche qui, non è che si potesse fare molto diversamente.
Senza infamia senza lode, invece, la tortura di Bellatrix a Hermione (fiacca) e il finale: hanno scelto giustamente l'arrivo a Villa Conchiglia, ma niente è spiegato. Io avrei preferito continuare un paio di minuti con Harry e il resto del gruppo a leccarsi le ferite. Ma non ho visto da dove riparte la seconda metà, quindi non ho il metro adatto per giudicare.

E adesso tocca aspettare fino a luglio 2011.

Harry Potter 7 – I doni della Morte parte I

lunedì 15 novembre 2010

Buona notte nera

E poi ci sono giornate come queste, in cui sembra che non succeda niente e invece qualcosa succede. Per esempio, l'orrendo governo dei governi cade - e i finiani riverginati già fanno la voce grossa, pazienza. E poi Pisapia che alle primarie vince. No, aspetta, mettiamola così: ora Sel, ex Rifondazione. Un comunista. Un comunista più o meno, va bene, ma ha pur vinto le primarie. Le primarie del nulladdì, va bene, ma pur sempre il centrosinistra. Vabbé. Intanto guardo vieniviaconme e sento Bersani e poi Fini e adesso Paolo Rossi. Ma prima stavo facendo i conti di casa.
E allora succede che ho visto che me ne mancano, che forse arrivano, speriamo presto. Poi succede che ho una lista lunga un giorno, un giorno e mezzo di cose da scrivere. E non ho ancora avuto tempo. Gente da chiamare. Quando? Improvvisa, sale alla mente che ho parlato di Dio tra le 17 e le 17.30. Più o meno, eh.
Poi succede che mi torna in mente la Bossi Fini sull'immigrazione, poi la 40 sulla Fecondazione artificiale, poi la legge elettorale. Perché? Mah. Un requiem per l'intelligenza, temo.
E senza congruenza, passo a ricordarmi che Saviano ha parlato di Pavia e di Neri e di Chiriaco. Devo scrivere l'articolo su Cattaneo. Devo finire il pezzo per gli Intolleranti. Devo finire il romanzo. Devo scrivere un racconto d'amore.
Succede anche che ho messo troppa grappa nel caffè, e forse per questo andrò a leggere Scerbanenco. Per darmi la buonanotte nera.

lunedì 25 ottobre 2010

[18/10] African inferno


Hm: vorrei dire a Piersandro, che in questo momento è probabilmente a meno di un chilometro da qui. sai che mi è piaciuto? mi ha preso, ci sono finito dentro. un libro che è mainstream, con il linguaggio di quelli scritti male (è un complimento, questo). qualche caduta qui e là, lievemente ingessato dall'alternanza di presente e passato, qualche ingenuità di troppo (per essere il terzo - il quarto?) ma è buono. forse anche perché mi fa riscoprire un progetto di racconti ambientati a Pavia, un'idea che forse non avevo abbandonato del tutto. e la Delfino. e il circuito dei buoni lettori.

metti che poi vien fuori che è una buona idea.

Piersandro Pallavicini, Giorgio Scianna, Giorgio Falco, magari Stefano Pallaroni, magari Mayda e Gariboldi, chi sa. E le donne? Donne che scrivono di Pavia in Pavia, chi siete?

Piersandro Pallavicini
African Inferno
Feltrinelli 2009

martedì 1 giugno 2010

Gli Intolleranti su La Repubblica, grazie a LL


Eravamo rimasti a Torino, ma nel frattempo si sono aggiunte Udine, Poggio Rusco e Roma. Citazione graditissima è arrivata da Loredana Lipperini sulle pagine di Repubblica Cultura del 29 maggio. Felicissimi. E onorati. Incoraggiati.
Grazie, LL.

Spinoza e turgidson


La notizia è carina. Tra gli autori del libro di Spinoza c'è anche tapir hurlant. E in effetti - sia detto anche dimenticandomi di essere suo fratello - alcune sue battute erano davvero degne. Succede poi che, nel consultare il libro, si scopre tra le partecipazioni anonime anche quella di turgidson - nickname ispirato al generale Turgidson, personaggio interpretato da George Scott in Dr. Strangelove di Stanley Kubrick. La e-mail degli spinoziani probabilmente non è mai arrivata, dunque turgidson non ha mai potuto svelare la sua vera identità. Ed è stato meglio così. Chi lo conosce sa che, a fulminea satira, ci prende proprio poco.

giovedì 20 maggio 2010

Gli Intolleranti su Radio24!


Radio 24, Il Riposo del Guerriero, domenica 23 alle 13.00 circa: Francesca Violi interverrà a nome de Gli intolleranti, spiegando chi siamo, cosa e perché. Anche a nome mio. ze City è già sintonizzata, voi diffondete, mi raccomando.

mercoledì 5 maggio 2010

Gli Intolleranti - cartoline dall'Italia

nuovo blog, gente. iniziativa dell'ineffabile francesca violi, compagni la splendida virginie e presto altri. e poi partecipo anch'io.

leggete e diffondete.
è un ordine.

venerdì 12 febbraio 2010

E sono Tempi Bui


Alla fine, trascinato dall’entusiasmo di Filo, ho sentito Tempi Bui de I Ministri. In generale, una gran prima metà, qualche zoppia nella seconda, ma davvero un buon album. Testi intensi e coraggiosi, con qualche ermetismo di troppo ma senza intellettualismi. Arrangiamenti rock, solido e spesso essenziale. Premessa ai miei commenti: per me un pezzo si regge su un’idea, e questa idea deve funzionare con testo e musica, in modo che con quel testo tu non riesca a immaginare altra musica che quella, e viceversa; detto questo, io di musica capisco quello che capisco. E il resto è suevele.

Tempi bui
Ecco, se cercate una definizione della rabbiosa frustrazione che pulsa sottopelle e della tentazione di lasciarsi andare alla sconfitta, questa è una delle migliori che ho sentito. Abbiamo tutti vent’anni. O trentacinque, dipende.
Bevo
Uno spot contro le dipendenze, tutt’altro che scontato. Un cazzotto ben assestato nelle palle al pensiero unico e ipocrita.
Il futuro è una trappola
Un po’ ermetica, ma bella e intelligente.
La faccia di Briatore
Ah ah ah.
Il bel canto
Adolescenziale, sincera. Un dolore scavato e ben eviscerato con la lama della voce. Una delle più riuscite. A me ricorda Lee dei Comici Spaventati Guerrieri di Benni.
La casa brucia
Non l’ho capita, all’inizio. Adesso l’apprezzo, ma pare un po’ fine a se stessa.
Diritto al tetto
Bella, solida e feroce. Una delle migliori.
Berlino 3
Fumettosa. Una cupa graphic novel, difficile da interpretare ma arrangiata molto bene, usando le voci come scale armoniche.
E se poi si spegne tutto
Malinconica. Senza infamia né lode. Da un’idea probabilmente interessante, una ballata un po’ sfilacciata.
Vicenza (la voglio anch’io una base a)
Potente. Punkettara. Mi piace. Ma sembrano due canzoni fuse insieme. Confesso che, quando ho letto il titolo, mi aspettavo molto di più.
Ballata del lavoro interinale
Bellissima. Difficile toccare certi temi senza annoiare, o farla fuori dal vaso. Colpisce la maturità del testo e la freschezza degli arrangiamenti – che fa intuire le potenzialità musicali della band. La più riuscita insieme a Tempi Bui e Il bel canto.

lunedì 8 febbraio 2010

La deriva dei continenti

Di buono c’è che adesso so come voglio morire. Quando sarà il momento, sogno un tavolone da osteria, di quelli con le panche basse, completamente pieno di pinte di birra senza gas. E due teglie di focaccia di Celle, anzi no due di focaccia e due di pizza - e alla fine una sigaretta.
Perché in effetti nel giro di due mesi, dall’8 dicembre dell’anno scorso - porca mucca, sembra un’eternità – ho smesso di fumare, devo cambiare abitudini alimentari e il tempo è in gentile ostaggio dei miei meravigliosi bambini.

E non solo. Dev’essermi scattato qualcosa l’altro giorno, quando riflettevo sulla mia condizione lavorativa e sul paradosso d’essere un privilegiato ad averlo, un lavoro, e tanto privilegiato da far strabuzzare i miei coetanei – un posto fisso è più raro degli isotopi della kriptonite. All’improvviso ho scoperto che, a coronamento di una lunga e costante guerra di logoramento dei coglioni, sul lavoro mi hanno chiuso l’accesso al blog. Questo blog. Dalla mia reazione – me la sono presa, e non poco – ho capito essenzialmente due cose: uno, che sto diventando paranoide.

È una congiura, non può essere tutto per caso. Vedi, se i Nazisti dell’Illinois - parte di quell’Asse del Pirla che ha preso (e non molla) il governo, il parlamento, l’economia, la giustizia, i trasporti, la televisione, etc. - riescono a insinuarsi anche tra le pieghe del mio lavoro, vuol dire che i Tempi Bui (quelli in cui non funziona più la genteee) diventeranno sempre più bui e che allora è meglio cominciare a pensare al piano B. Fuggire sulle montagne, all’estero, dentro Harry Potter, nei romanzi, in un fumetto può non bastare. Non serve un’uscita d’emergenza, serve un’entrata d’emergenza.
Se non che.
Se non che non so bene cosa fare.

Due, che la distanza tra me e il mondo sta aumentando: come una deriva dei continenti, prima o poi dovrò arrivare a fare delle scelte, non penso che potrò lacerarmi ancora per molto.
Una faccia per andare al lavoro, una per guidare nella neve e nel ghiaccio, una per sopportare il tizio sulla metro, una per tenermi buono un cretino, una per stupirmi ancora, una per arrabbiarmi col custode dell’ospedale, una per guardare le due sciurette impellicciate che rubano il posto in fila alla signora che non ci sta con la testa,

(eccetera)

martedì 26 gennaio 2010

(Per Andrea Scanzi) Pane e tempesta

In risposta ad Andrea Scanzi, qui.

Caro Andrea, che triste e malriuscito questo Pane e tempesta. Premesso che di Benni leggerei (e leggerò) anche il retro degli shampoo, l'ultimo è decisamente deludente. Hai scritto che qui il Bar Sport chiude, che è un congedo e un amarcord. Io sarò un poco più -come si dice?- tranciante: sembra scritto con gli scarti di due Bar Sport, attorno alla bozza di un romanzo sull'appennino, coi personaggi di altri racconti. Sopravvivono a malapena il Nonno Stregone e Fen il Fenomeno - e poco altro. Il resto è una sfilacciata e inconcludente rassegna di luoghi benniani, una vetrina del tempo che fu. Sembra scritto a forza. Temo di dover esigere di più dall’autore.
Proprio perché ho avuto la ventura di incontrarlo, e proprio perché lo ammiro, lo dico.
A volte guardare negli occhi una persona è illuminante – e il Lupo a maggior ragione, che lampeggia e dardeggia acquoso mentre gli parli, in attesa di decidere se sei caccola dell’universo o esemplare della perduta stirpe della Gente Umana, e in entrambi i casi ti ama generosamente, perché non ne può fare a meno.
Non ho certo la presunzione di conoscerlo, come alcuni tuoi commentatori che lo seguono assiduamente, e neanche l’arroganza di criticare le sue scelte. Però Pane e tempesta è un mezzo disastro e se gli voglio bene lo devo dire. È uno scrittore, non madreteresadell’appennino. Quel che è peggio è che è scritto male. Svogliato, a tratti sciatto.
E qui torno al mio commento: Stefano Benni questo non lo voleva scrivere. O comunque non ci ha creduto. Ed è sintomatico che proprio lui, in un suo libro, dubiti della speranza tanto da far crollare – sconfitto, e senza appello - il Bar Sport e le sue anime. Sintomatico di un momento in cui non è ispirato da nulla. Non ha compreso – questo è il rimprovero che posso muovergli – che il Bar Sport non può morire, perché l’ha immortalato lui. Che il Baol esiste, mica è scomparso. L’ha creato lui, sta nei libri. Lee e i Comici spaventati guerrieri, Tristalia, Carmilla, Brot, Talete e il Ballerino di tango, la pallastrada. Non ci si può congedare da questi mondi: vivranno per sempre. Il suo comico è destinato alla malinconia compiaciuta e fine a se stessa, se cerca di riprendere le fila dei bei tempi andati. Se invece ritrova il coraggio di sperare, che è poi credere nella bellezza degli umili che ruttano per amore al tramonto sorseggiando brani di filosofia, di combattere per quelle poche cose preziose che questi tempi cupi non possono assassinare, allora si tornerà a godere delle sue (nuove) storie. Ma se non ci crede lui per primo, a noi cosa resta?
E una postilla per chi, come Andrea e me, è cresciuto a pane e Benni: io lo stronco perché gli voglio bene. E volergli bene senza manco conoscerlo, senza manco sapere chi è davvero, beh, mi sembra sia abbastanza. Non rompiamogli i coglioni: se avrà voglia di scrivere qualcosa di meglio, lo farà.
E poi, ma proprio alla fine, una richiesta a Lo di esprimersi, se se la sente.

Pane e tempesta
Stefano Benni
Feltrinelli 2009

lunedì 23 novembre 2009

I love Radio Rock


Finalmente l’ho visto. Allora, tanto per cominciare, citiamo la recensione di suevele, che sottoscrivo. E poi aggiungo: godibilissimo e ben scritto, è divertente, a tratti trascinante.

Un po’ perché questa favola rock chiarisce i termini di cosa significa fare un film generazionale: ossia, invece di cazzeggiare serissimi, raccontando una storia in cui tutti quelli che l’hanno vissuta di diritto o di sguincio sono richiesti di parteciparvi emotivamente, pena l’inutilità del film, si racconta ciò che un quadro, un frame di quell’epoca può rappresentare, per dare una propria, partecipata, visione di quegli anni e dei nostri.

Un po’ perché, essendo una favola, sfugge ai cliché e alle semplificazioni: qui c’è un protagonista collettivo, visto con gli occhi del personaggio principale, c’è l’antagonista malvagio, c’è l’ambiente (unico) e ci sono personaggi degni di farci un po’ di letteratura; ma ciò che conta è ciò che accade loro, costruito narrativamente intorno a un plot semplice ma mai banale. Ti si chiede di divertirti, nient’altro, e fa passare l’idea che il regista e gli attori si siano divertiti a girarlo. E quando succede, ne viene fuori un film pienamente riuscito. Da vedere, da vedere.

martedì 17 novembre 2009

Ze City aderisce al No B. Day


A Ze City, città resistente, l’assemblea cittadina ha deciso di aderire al No B. Day. Ecco le ragioni.

All’inizio ero perplesso. Come davanti a una cosa che potenzialmente può darti sollievo – un urlo liberatorio in compagnia per dire che è persona indegna e per chiederne le dimissioni – ma che sai che può essere ancora più frustrante.

Non servirà a niente, perché non si dimetterà mai. Ma renderà visibile un’opposizione vera. Scendere in piazza per chiederne le dimissioni è un dovere. Avrebbero dovuto farlo i partiti. Ma solo Prc e Idv l’hanno fatto. E, per motivi diversi, inascoltati.

Chi va e chi no. E chi se ne fotte. Ho fastidio da sempre per l’Idv e Di PIetro, e non sempre li ascolto volentieri. Anche se, per esempio, vorrei sempre avere De Magistris dalla mia. Il fatto che aderiscano, un po’ cavalcando, è nell’ordine naturale delle cose. Ma in generale non me ne fotte niente di chi partecipa: c’è gente che chiede le dimissioni di B. e tanto mi basta.

E se fossimo troppo pochi? Inutile parlare di numeri: anche ci fossero tre milioni di persone, la Questura e il Governo diranno che erano diecimila organizzati dall’estrema sinistra. Solo per questo, il PD dovrebbe partecipare in massa, attivamente, e chiedendo contemporaneamente le dimissioni del Governo in Parlamento. Ma Bersani dice che deve vedere prima quali sono le "parole d'ordine".

Infiltrati. Il fatto che possano esserci infiltrati non è un rischio, ma una certezza. Avete idea di quanta Digos sarà mobilitata? Senza contare che, se le premesse portano a prevedere una manifestazione imponente e ben riuscita, in piazza succederà sicuramente qualcosa. Più promette bene, e più c’è la possibilità che il Governo provi a fare il trappolone. Suggerirei ai negozianti di rimanere a poca distanza dalla vetrina, muniti di macchina fotografica.

La prova decisiva. Arriva oggi, l’idea. Apprendo che due furbastri hanno deciso di organizzare, stesso giorno stessa ora, il Sì B. Day. Non ho riso per niente: è come scegliere deliberatamente di tirar fuori i ceffoni alla gente. Anche se è una pagliacciata, si porteranno la claque e la polizia. A questo punto, aderisco, perché preferisco stare dalla parte di chi ha bisogno di essere difeso. Perché vogliono lo scontro. Perché vogliono un’occasione per strumentalizzare, e quando partiranno i ceffoni diranno “Mamma Stato, mamma Polizia, sono stati loro gli sporchi i brutti i cattivi”. Che lo facciano: stavolta, a Ze City, saremo sporchi brutti e cattivi. Come Costituzione comanda.

mercoledì 4 novembre 2009

QUALCUNO SA DIRMI COME SI FA A CONTATTARE LA REDAZIONE DI CARMILLA, O QUALCUNO DEI CARMILLI, MAGARI VIA eMAIL?

Mi sembrava di ricordare un editoriale in cui si diceva che Carmilla non pubblica materiale non richiesto. Sono andato a controllare in Rete: non trovo nulla. Poi ho cercato indirizzi, ma ancora nulla. E non mi pare neanche strano: sai quanta gente come me userebbe quell'indirizzo per uno stalking letterario? Epperò almeno ci provo.
Appello: Carmilli in navigazione, potreste lasciarmi un recapito? Oppure: leggete il lungo e noioso articolo della mia blogzine di ottobre 2009 e mi dite se interessa? Se serve pubblico il mio indirizzo e-mail (cosa che in effetti non ho mai fatto).
Affido il messaggio alla corrente di gùgol (con Alessandra Daniele aveva funzionato) e attendo. ze

venerdì 30 ottobre 2009

Argentina

L'autrice di questi versi è rapida, e sono sicuro che tra i miei dodici lettori e mezzo ce ne siano almeno un paio a cui piacerà. In ogni caso, con la foto che ha scelto fa tutto un altro effetto. Andate a leggere il post originale. Io l'appunto qui perché, perché sì.


Argentina

Non tengo niente del passato,
quel che è andato è andato
e quel che serve che rimanga
mi seguirà per sempre
prendendo piede
nelle mie nuove orme

Oggi mi son svegliata con addosso
la malinconia, una sorta di vestaglia
rosa di quelle esauste e appese
dietro alle porte dei bagni delle zie

Verso l’ora del pranzo
me la son levata e ho indossato
un formidabile gonnellino di banane

Così è la vita,
un piede nella fossa dei serpenti
ed uno nel tango,
che porta il nome della mia risata

(cecilia resio)