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lunedì 27 luglio 2015

Non ti assicuro niente

Raccolgo l'invito di Giusi Marchetta. Non so bene con quale titolo partecipo al dibattito: non sono (ancora) uno scrittore, e se sono ascrivibile alla categoria intellettuali non me ne sono accorto. Scrivo più che altro per ragionare a voce alta.


Caso di cronaca, un’auto con sei uomini e una donna. Lo stupro del «branco». Eppure, la sentenza che non rende giustizia: incredibilmente, passano per innocenti sei maschi (ragazzi sotto i 30 anni), mentre la donna (una ragazza di 22 anni) invece passa per consenziente.
Al di là del contenuto della sentenza, ingiudicabile senza conoscere il completo iter processuale, Giusi Marchetta commenta «com’è scritta la sentenza»: in quelle righe c’è un ritratto della ragazza che sembra togliere ogni dubbio sulla sua condotta "a rischio". Procace e provocante, disinibita, bisessuale, atteggiamenti lascivi. Addirittura, secondo le testimonianze, nel corso della serata avrebbe detto che «voleva scoparseli tutti». Ma è anche il contesto che è descritto (anzi: «raccontato») in modo che non si sfugga al giudizio: gli slip rossi, la cavalcata sul toro meccanico, il sesso orale in un bagno, dettagli su eiaculazioni e posizioni nell’atto sessuale. (Utili? Possibile, dato che occorre dimostrare che atto sessuale c’è stato, ma davvero necessari per la sentenza?).
Però alla sovrabbondanza di particolari sul vissuto della ragazza e sui suoi comportamenti e sulle sue preferenze in materia di sesso non c’è contrappeso: dei sei uomini si dice solo che erano bravi ragazzi senza precedenti. Erano sei contro una, d’accordo, ma del resto: erano in auto con una sexy virago di 22 anni che aveva perfino fatto un film splatter.

Io questa la trovo un’enormità: com’è sostenibile che tutto ruoti intorno al consenso della ragazza?
In questa notizia vedo emergere un quadro particolarmente brutale di obbedienza a una «opinione comune», che spazza via la comune nozione di responsabilità personale: il consenso è stato dato, quindi questa che vuole? Come se fosse dato per scontato che sia esperienza comune di tutti i maschi trovarsi in sei in auto a fare sesso con la stessa ragazza, che evidentemente a questo punto avrà ripetuto il proprio consenso a tutti, uno per uno.
Anzi, posto che il sesso - anche quello estremo - dovrebbe definirsi per il piacere reciproco e che anche per la Giustizia questa nozione dovrebbe essere dirimente, ci si chiede come sia stato possibile stabilire che il consenso sia stato inequivocabilmente dato a ogni momento dell'atto (di tutti gli atti) in virtù di questo piacere reciproco. Alcool o non alcool.
E resta davanti ai nostri occhi la follia che si sia ritenuto comunque legittimo, in virtù di tutto questo dare consenso, dare sfogo alla propria eccitazione: non mi interessa cosa vuoi, mi interessa che lo vuoi.

Fa bene Giusi a chiedere che anche gli uomini, per una volta, prendano una posizione. Ho letto Giorgio Fontana che parla di femminismo per i maschi, e ho trovato il suo intervento interessante e ricco di spunti.
A me preme soprattutto sottolineare come sia enorme il fatto che nero su bianco una sentenza di un tribunale della Repubblica apra il campo a una considerazione deviante, quella secondo cui, se ti provoco, automaticamente ho dato il consenso alla tua reazione. Spazzando letteralmente via il concetto di responsabilità personale.
Insomma se ti dico «Picchiami» e magari ti indico anche la mia faccia, se lo faccio più volte, se faccio tutto questo anche ad altri, e se per giunta sono uno che fa a pugni spesso, il cazzotto che mi sfigura me lo sono cercato. Giusto? Siamo due uomini adulti e consenzienti. Vogliamo tutti e due spaccarmi la faccia.
Ecco, no, non è giusto.
Primo, perché le lesioni restano un reato anche se siamo «consenzienti». Secondo, perché il mio consenso a spaccarmi la faccia, io, non te l’ho dato. Ti ho provocato, è vero, ti ho chiesto addirittura di picchiarmi, certo, ma qui sei tu a decidere, non io. La responsabilità di quello che fai resta tua. Terzo, la nostra relazione non è simmetrica: tu hai il potere di farmi male, anche se te lo consento questo non vuoi dire che è legittimo farlo.
La violenza è di per se stessa asimmetrica: c’è chi la compie e c’è chi la subisce.

Ed è qui che la questione di genere torna a essere importante: la relazione tra uomo e donna è storicamente asimmetrica. E la domanda dovrebbe quindi essere: quanto siamo consapevoli di questa asimmetria quando valutiamo i fatti?
Mettiamoci nei panni di uno dei sei che sta facendo sesso con la ragazza in auto. Lei non sembra molto in sè e anche tu hai bevuto. Pensi davvero che sia consenziente? Pensi davvero che si stia solo divertendo? Che essere lì, con lei mezza ubriaca, in sei, sia una situazione «potabile», magari solo un po’ estrema?
Chiaro, non è del giudizio morale che si occupa il Tribunale, ma dell’accertamento dei fatti. Ma la ricostruzione dei fatti si poggia sul movente delle azioni di chi quei fatti ha compiuto.
Come può reggere una ricostruzione che nega la responsabilità di sei maschi, sei?
Questa sentenza dice che le circostanze tutte lì, stavano: a dire che la ragazza li ha provocati, a lungo e con tutte le armi a sua disposizione, e che non era neanche la prima volta che si comportavano così. Loro, che potevano fare: rifiutarsi, forse?

Se non vi piace questa visione un poco «moralizzante» prendiamo la questione da un altro punto di vista.
Lascio la porta aperta, i soldi bene in vista, il pc sul tavolo. Ti dico dove abito. Ti dico che è tutto lì, pronto per farsi rubare. Ti dico che mi piacerebbe che tu mi rubassi tutto. Se entri e rubi tutto, hai ragione di farlo?
No, dice la legge, il furto resta un reato.
Eppure c’è qualcuno che verrebbe a dirmi che sono colpevole un po' anche io, che non ho fatto di tutto per impedire di farmi svaligiare la casa: è il mio assicuratore. Che mi dirà: il tuo comportamento è a rischio, io i danni adesso non te li pago.
Ecco, è questa visione «contrattuale» della giustizia che temo: se sei donna, e non te la sei cercata, allora l’uomo che abusa della sua forza è uno stupratore. Castriamolo.
Ma se invece il tuo comportamento è a rischio, beh, diciamo che è tutto relativo: potrei usare il mio pisello oppure no, come mi viene.
Metti che quella sera ho bevuto.



mercoledì 20 maggio 2015

Sboritelling


Sono queste le storie che farebbero la gioia di qualsiasi storyteller.
Alzi la mano chi l'aveva immaginato così bene: neanche un cinquestellato con la sua pizza proletaria, o un qualsiasi Alfano col black blocker testimonial della Rolex, neanche un modesto Salvini (per dire) col suo abbaiare ai rom con la Mercedes.
Dai, se l'avessi scritto per la Settimana Corta sarebbe stato fantascienza.
Riepiloghiamo, con le stringhe (thread) come i social media cosi (manager, editor, content writer) che sanno come si fa:
- protagonista: un super manager di un'azienda (quasi) pubblica
- la suddetta azienda è delle Ferrovie - ossia quei carrozzoni che evocano Prime Repubbliche e lingotti nel pouf a fronte di pendolari stretti come acciughe in container maleodoranti per gran parte dell'anno
- le ferrovie in questione sono le Ferrovie Nord (quindi neanche Satana-Trenitalia, che prima o poi ti ci rassegni, se no finisce che dai fuoco a un treno)
- contesto: la crisi si percepisce così tanto che persino Marchionne è passato dal cachemire al cotone pettinato (ma forse è l'estate)
- il suddetto super manager usa la carta aziendale come se non ci fosse limite al peggio: ci paga persino le scommesse sportive (che tu dici: ma lo beccano! Appunto)
- l'espressione "pagata con i soldi dei pendolari lombardi" è una caciarata da pentastellati ma rende l'idea, no?
- eppure, è già straricco: possiede così tanta roba che sulla libreria i Malavoglia pigliano fuoco per autocombustione e Paperone si suicida con tutti i Bassotti
- ha sedicenti società poco chiare a Londra che fanno bisiness non si sa come (e qui già ti vedi l'Ispettore Ginko guardare Montalbano e scuotere la testa: senti, basta, abbiamo chiuso, molliamo tutto e apriamo una bocciofila a Poasco)
- come non bastasse questo, ci ha due figli che gli mangiano un patrimonio al mese: uno di questi posta su facebook orologi da milioni e persino un selfie con una testa del Duce
- aspetta, ferma un attimo: del Duce! Cazzo, questo ha in casa una testa di Duce! E si fa anche il selfie!
- ma attenzione, non finisce qui: il Nostro, visti i danni che gli fanno i figli, cosa fa? Si pente! Chiede il controllo sulle spese e, occhio la svolta alla Scorsese, comincia a restituire qualcosina...
- ma la chicca, il tocco di classe che solo quel gran figlio di puttana che è il Destino può tirare fuori, è il riconoscimento (Benedizione Apostolica) che gli concede persino papa Francesco (Francesco! Dai, quello che ci piace! Quello della "fine del mondo", della povertà, della Chiesa in strada, la simpatia nell'accento e il telefonino sempre pronto per una parola di conforto!), finito su facebook grazie al figlio sborone:


- pensate che sia finita? No, no. Ci mancherebbe che tale figlio, stante la situazione, abbia anche un incarico pubblico...
- ed eccolo, con le parole de L'Espresso (da cui ho tratto ispirazione anche per il resto), con cui chiudo, lasciandovi nella meraviglia:  
L'informazione arriva dalla sua “scheda per la trasparenza” pubblicata sul sito web del Comune di Milano. Già, perché il figlio del manager ed ex assessore di Forza Italia Norberto Achille ha anche un incarico pubblico: siede nel collegio dei revisori della Fondazione Milano , l'ente che coordina l'attività culturale ed educativa delle scuole civiche di musica, cinema e teatro. È stato nominato il primo marzo del 2012 e lì resterà fino all'aprile del 2016, percependo un gettone di 41 euro a presenza e un fisso di 5mila euro.

martedì 13 novembre 2012

Su Il primo amore


Le primarie del centrosinista mi incuriosiscono. Anche se preferirei occuparmi di quelle lombarde. C'è un mio pezzo sulla rivista Il primo amore, per chi volesse leggere e commentare, scritto prima del confronto di ieri, a cui riservo un altro post.
Il succo è che anche a questo giro voteremo di nuovo non per ragionamento ma per reazione "contro" qualcosa o qualcuno - e non per un Paese che somigli di più al nostro.

martedì 14 febbraio 2012

Con quante g si scrive "i gggiovani"?


Sembriamo tutti dei loghi di google. Sai quanto ti la fila di o si alluga ma i risultati sono sempre uguali e sempre meno coerenti? Ecco, questo è quello che si prova quando si fanno i discorsi sui "i gggiovani". Che nessuno conosce. Nessuno vede. Neanche io, e nemmeno loro.
Perché non esiste più un 'noi', da così tanto tempo che ne abbiamo perso la memoria. Nessun 'noi' a cui non è necessario iscriversi o dare l'amicizia. Sparisce con questi anni di disgregazione sociale qualsiasi nozione di categoria: "I trentenni d'oggi" è un'espressione buona per i film di Muccino, non certo per inquadrare i fenomeni sociali. La riprova è, dopo la cazzata di Monti, l'ennesimo cliché detto da un ministro che non è un politico e forse non ha nemmeno detto proprio quello, ma che risulta agli occhi dei più, comunque, un classista.
E allora ecco che i giovani-tipo sono tanti, tantissimi. Infiniti. Alcuni li descrive Ilvo Diamanti, altri Servizio Pubblico, altri - da soli - finiscono sulle pagine dei giornali per essere gay, per appartenere ai centri sociali, o per aver partecipato ai talent. Ma nessuno può raccontarli, o anche semplicemente riconoscerli indicandoli a dito. Chi è giovane, se non hai un vecchio a cui riferirti?
E la domanda successiva: chi o cosa è vecchio? Una volta era chi rappresentava un esempio, buono o cattivo che fosse: un maestro, un saggio, un modello. E possedeva educazione, idee, quel metro del mondo che non ci rendeva orfani di una guida.
Ora, qual è il modello? Dove sono le idee? Ci interessano ancora?
Tanto per buttarla in politica, secondo me è questo di cui devono ragionare quelli del PD che, ogni volta che qualcuno ha delle idee e li mette all'angolo, gridano al tradimento. Quelli che si scandalizzano per le vetrine rotte ogni volta che c'è una manifestazione. Quelli che organizzano Sanremo e ammettono candidamente che volevano invitare Stevie Wonder. Quelli che non se la prendono tanto con Giovanardi perché è cattolico e dopo tutto era ministro. Quelli che parlano di calcio. Quelli che parlano della crisi dello sport italiano. Quelli che parlano di scuola. Eccetera.

mercoledì 12 ottobre 2011

Galleria Manzoni è un problema nero


Leggo il pezzo on line della Provincia Pavese e, ancora, niente di nuovo. Non ce la facciamo proprio, a vedere le cose fuori dal nostro ombelico di pavesi di Pavia. Chiariamo: io sopra la Galleria Manzoni ci abito. Non proprio lì, non in quei condomini con l'ingresso in Galleria o sotto, dai sotterranei - in ogni caso, conosco diverse famiglie che ci abitano. E ogni giorno vedo quel che accade.
Quello che accade è che al mattino si spaccia per i ragazzi delle scuole, come si spacciava quando andavo al Liceo, addirittura nello stesso punto - poi se c'è anche un appartamento che fa da base la Polizia dovrebbe saperlo - o no? Che più o meno tutto il giorno e fino alla notte c'è sporcizia, e questo in una Galleria privata denota non solo che i passanti (studenti, clienti dei negozi, perdigiorno di varia nazionalità d'origine) sono poco o nulla educati, ma anche che i proprietari sono negligenti. Che dal tardo pomeriggio fino alla notte ci sono gruppetti muniti di birra che stazionano sul corso e si comportano male, dagli apprezzamenti alle ragazze fino alla rissa. Urinano, ammaccano le auto parcheggiate lì, lasciano sporcizia ovunque. Tanta. E fanno paura.
Quelle facce. Nere. Marroni, Marrocine. Gialle. Questo è un fatto indiscutibile, da far notare ai tanti buonisti come me che hanno invece simpatia per le società multicolori. Qui non si può fare a meno di notare il colore della pelle. I cinesi, i sudamericani, i nordafricani, gli africani quelli scuri - che ne sappiamo noi, l'importante è che non ci rompano le scatole. Attenzione, poi, perché noi pavesi non siamo razzisti: è che proprio non se ne può più del comportamento sguaiato o delinquente. Come quello sul sagrato del Duomo, fuori dalla caffetteria vicino al Ponte, fuori dai pub. Lì, però, è diverso: sono normo-automuniti, normo-vestiti.
Se quelli di Galleria Manzoni fossero normo-colorati e italiani standard, meglio se pavesi, quei comportamenti sarebbero tenuti in conto diversamente. Non meno, solo: diversamente. Perché conosceremmo le famiglie, o quasi: avremmo nipoti, ex compagni di scuola, vicini di casa, prestinai e spazzini che li conoscono, sanno chi sono, e il malnat, se lo conosci, sai anche dove andare a prenderlo. Invece così, no, non si può.
Cosa succede in Galleria Manzoni? Succede che ci sono gli stranieri. I neri, gli sfumati, i tendenti al nero o al giallo.
L'ubriaco, il gruppo di ubriachi, il pericolo dei litigi e delle risse è un problema sociale, prima che di ordine pubblico. La sporcizia una sua diretta conseguenza. Se invece di bere facessero qualcos'altro, questi uomini e ragazzi e ragazzini, già sarebbe un progresso. O no? E gli emarginati, come è che hanno un colore adesso?
In altri Paesi esiste la figura del mediatore culturale, non siamo capaci di formarne qualcuno e avviare un programma di inserimento e interazione delle comunità di origine straniera? In una città universitaria, non c'è nessuno in grado di studiare e spiegare cosa sta succedendo?
Se diventa un ritrovo di migranti perché ci sono negozi etnici, bene, che sia un ritrovo e il più piacevole possibile. Che se ne vadano i vigilantes e si mettano tavoli e sedie, opportuni bidoni della spazzatura. E un bagno chimico almeno vicino. E ai commercianti e ai proprietari e ai mediatori si chieda di vigilare sui comportamenti a rischio.
Pavia fa conoscenza con un problema sociale e che fa? Lo ignora, vestendolo da problema di disordine pubblico, a cui deve rimediare l'Ordine pubblico. O privato, in questo caso.
Per Galleria Manzoni il futuro è prevedibilmente nero.

giovedì 27 maggio 2010

Donne che odiano le donne


Cara L’Unità, care Valente, Marzano e Fantozzi: se interessa, questo è il parere di un uomo. Marito. Padre. Lavoratore dipendente nel privato. Mi preme osservare tre cose.

Una, come scrive Fantozzi, manca la solidarietà femminile: nelle lettere, nei commenti, ho trovato un’agghiacciante grettezza. La stessa delle donne di Adro: se tutti rispettassero le regole, non saremmo a questo punto. Peccato che per regole si intendano tariffe, e non doveri morali: “Per colpa di qualcuno, non si fa più credito a nessuno”. Grettezza figlia di una frustrazione infinita: io sono stato educato al rispetto, ma adesso vedo che intorno a me vince chi non rispetta. Non posso andare contro la mia educazione, ma posso rinchiuderla dentro un guanto di ferro e ferire chi non è come me, viola il mio recinto di certezze.

Due, Marzano e Valente giustamente ricordano a quelle disorientate, ma anche, perdonate la franchezza, ottuse donne che ribattono “Hai voluto un figlio adesso non ti lamentare” o “A me, nessuno m’aiuta”, che gli strumenti per la parità esistono, come esistono gli strumenti per cancellare o prevenire gli abusi. Esistono le politiche di maternità che in Francia si fanno da 30 anni perché si studiano da 30 anni. Da noi si studia come evadere le tasse. Come rimontare la graduatoria per l'attesa degli asili nido. Invidiando chi è più povero di noi, magari un poco più scuretto, perché la sua fame lo mette davanti a noi.

Tre, da questo vuoto culturale in cui il corpo della donna è alternativamente fabbrica del consenso, manifesto religioso, campo di sperimentazione, terreno di strumentalizzazione, emerge un altro pericoloso segnale: non siamo più solo noi maschi a non capire e non sapere nulla di cosa sia il corpo femminile, e la maternità, e la pari opportunità. Sono le stesse donne, più interessate a scoprire chi è andato in finta maternità nell'ufficio a fianco invece che trovare soluzioni all'eterna battaglia per abbattere la discriminazione di genere. O di negare il saluto alla vicina di casa migrante o migrata invece di portarle l'arrosto perché "Ne ho fatte due fette in più e se non ci si aiuta tra noi".

A questo si rimedia ponendo sempre la stessa domanda a queste donne così poco solidali, così poco disposte a stare dalla parte di chi sta dalla loro parte: scusa, ma tu, per chi hai votato? Dovremmo avere tutti il sospetto che, ribellandoci, avremmo ottenuto di più che non liti condominiali su chi se ne approfitta e chi no.

domenica 23 maggio 2010

beh: suevele

ih ih ih. sono giorni che filo e io, senza volere, ci rimbalziamo i post. sabato, dopo giorni giorni di difficoltà tra tempi e piccola logistica familiare, ci siamo finalmente rilassati. il che comprende, per esempio, per la mattina di sabato: sveglia alle sei latte Numero Due, colazioni, sterilizzazioni, lista spesa, riponi scaldabiberon e umidificatore, piumone lavanderia, Normannino in piscina, pranzo. poi, nel pomeriggio, spesa dura, e finalmente bel giro tutti insieme per una pavia estiva. sera, cozze e vinello. domenica la Normanna ha una uscita in ospedale per la medicazione, quindi preparo prima (pastaefasò rustì, arrosticini e patate al forno) e poi noi tre usciamo a fare un giretto al parco vicino a casa. il pomeriggio, si rifa tutti insieme e, di mezzo, la carina parentesi di Francesca che presenta Gli Intolleranti a Stefano Gallarini, Radio 24, Il Riposo del Guerriero. insomma un fine settimana normale e in qualche modo prezioso. non riesco più a ricordarmi come immaginavo che sarebbe stato, avere l'età e la routine. ma difficile che abbia avuto tanta, così tanta, immaginazione.

venerdì 13 novembre 2009

Animo, Bersani! L’opposizione è scontro, non confronto


Lettera da un Cipputi qualsiasi - di Armando Barone

Eh no, caro Bersani, cominciamo male. Lei mi parla di “confronto” per allontanare lo spettro del veltroniano “dialogo”. E visto che le parole sono importanti, dato che la stampa si affanna a darle credito come autore della cesura tra la sconfitta e la ricostruzione del PD, le rispondo: il confronto non mi basta. Se davvero ha in animo di mettere il lavoro al primo posto, se davvero vuole tornare all’azione parlamentare, caro Bersani, la parola giusta è “scontro”.
Qual era l’errore di Veltroni (e più ancora degli elettori del PD, chissà perché innamorati della sua faccia colta e dei suoi accenti kennedyani – pazzesco, ne convengo, ma guardi che gli elettori sono disperati)?
Pensare che essere moderati significasse essere ragionevoli, offrire il dialogo; così poi, dichiarato impossibile il dialogo con quella destra, si potesse dire “beh noi abbiamo la coscienza a posto”. Pensare che essere dialoganti avrebbe dato un’identità al PD agli occhi dell’elettorato, l’avrebbe reso distinguibile dalla morchia abbaiante della destra; che sentirsi e affermarsi diversi desse in pasto agli affamati d’opposizione bocconi di svolta, antipasti di un governo di svolta; che il vostro partito avrebbe preso forma e coesione intorno a questa svolta.
Nel mio lavoro la chiamiamo campagna immagine, caro Bersani. A casa mia, invece, si dice essere dei gran paraculi.
E ora le spiego perché lei, ben più serio e concreto di Walter l’Africano, stia compiendo esattamente lo stesso errore. La differenza che vuol fare lei, Bersani, è di riunire le opposizioni e riportarle in Parlamento – dopo l’osceno balletto della fiducia che non siete andati a votare per ben due volte, è impresa ardua, ne convengo. Così crede di recuperare consenso. Se la strada è il confronto, è la strada sbagliata: confronto presuppone che ci sia un interlocutore, un terreno, delle argomentazioni.
L’interlocutore: no, ma veramente nel PD c’è ancora qualcuno che crede che queste destre siano un interlocutore? Se sì, guardi, glielo dico con sincerità e senza astio: cambiate mestiere. Ha presente chi è Giovanardi? Brunetta? Ghedini? Li conosce? Come fa a frequentarli? Io avrei paura di incontrarli in un vicolo buio. Ma non perché ho paura di loro, ma perché non mi fiderei di me stesso. E se poi mi viene voglia di sputare loro in faccia? Di tirar loro un ceffone? Brutta cosa, sprecare la mia buona educazione così.
Dirà lei, va beh, ma la politica è questa. Si va in Parlamento per questo. Ecco, proprio qui volevo arrivare. Il terreno di confronto: ma lei veramente crede che queste destre, che le leggi se le scrivono in villa e tutto il resto, vengano in Parlamento ad amministrare il Paese? Forse gli aennini, ma guardi, sono pochi e sono ostaggi. Qualche Udc, possibile. Pochini, no?
Argomentazioni: ma veramente lei crede che si possa argomentare qualsiasi proposta di riforma istituzionale con questa gente, e a parlamento svuotato, e senza un cazzo di euro per farla? Lei davvero crede che si possa governare un Paese con un’evasione fiscale e un sommerso criminale che vale il 30% del Pil? Anche se vinceste dieci elezioni di fila, non potreste emanare una sola, maledetta, fottuta legge con copertura finanziaria, senza mettere mano a questa enormità. E per questo lo dico a lei: ma l'economia non è il suo terreno? Come fa a non rendersi conto della situazione? E guardi che per legge intendo qualcosa che serva, non le pagliacciate di Berlusconi. Di fronte a questo, la vostra iniziativa è paralizzata. Nessuna legge è possibile senza soldi, senza Parlamento, senza un interlocutore che abbia voglia di governare.
No, Bersani, guardi. Lasci perdere il confronto. Qui ci vuole lo scontro. Il suo e vostro errore più grande, eredità di Veltroni e di Prodi, è stato quello di rimuovere l’esistenza di qualcosa che si chiama conflitto sociale e che lei dovrebbe conoscere bene. Non le sue cause, ché l’analisi avrebbe prodotto l’alternativa che non c’è, che non siete, e che non sarete. No, altrimenti saremmo già un passo avanti.
Non avete capito che questa è l’era dei conflitti, in cui le destre terrorizzate dal perdere un capo populista che vale il 35% alle elezioni, a sua volta terrorizzato dalla Giustizia che chiede il conto delle sue azioni, è andata all’attacco di tutto – e gliel’avete lasciato fare. Non lo neghi, per favore. Ricordo ancora il Veltroni in malafede rintronare chiunque con la storia del voto utile, una menzogna degna della peggiore destra d’apparato. Vi ha fatto comodo togliervi i comunisti dai coglioni. Anche se credo perfino Prodi possa avere avuto qualche dubbio su Mastella (Mastella!) e Dini (Dini!).
Padroni contro lavoratori, Esecutivo contro Giudiziario, Potere economico contro informazione. Tutti contro gli immigrati. Polizia e Carabinieri contro chi guadagna come loro e porta avanti lotte anche per loro. Continuo?
Non potete stare a guardare, dicendo: “Le manifestazioni si fanno insieme”, “La sede del dibattito è il Parlamento”, “Le riforme si fanno se sono serie, se no non ci sediamo al tavolo”. Non mentre la domanda disperata di opposizione, il grido feroce della coscienza civile vi sovrasta. Che cos’è questo, se non fare un nuovo, più sofisticato, Aventino?
Bisogna rimettere mani alla piazza, anche con Di Pietro e anche con la Cgil. Bisogna andare davanti alle fabbriche al fianco della Fiom. Stare coi volontari delle associazioni che difendono i migranti dallo sgombero. Dimostrare solidarietà ai magistrati, andarlo a spiegare in piazza, non solo in tv, in cui passa qualsiasi cazzata si dica. E il Parlamento, se gli altri non ci vanno, occupatelo. Occupate la Rai. Rischiate la faccia, rischiate il manganello, rischiate di sporcarvi le mani.
A la guerre, Bersani, o non morirà solo lei, i suoi, il partito. Morirà il lavoro, e la dignità faticosamente conquistata in cento e più anni di lotte operaie. Moriranno i tanti Cipputi come me, che non sono solo operai ma la dispersa e varia forma dei lavoratori disperati, e che non vi voteranno mai finché vi renderete complici della morte per asfissia della Repubblica.

mercoledì 28 ottobre 2009

DONNE (ma niente dududu) / parte 10



Non farmi la morale, baby

La scomparsa della pubblica opinione, l’imporsi delle subculture gonfiate a steroidi, il disorientamento del femminismo, l’ignavia e il silenzio del mondo intellettuale (i maestri, dico, dove sono finiti i maestri?): ecco come si può arrivare a un panorama tanto desolante. E poi c’è chi dice: “Ma chi sei tu per farmi la morale”.
Ecco, questa è cosa che fa gonfiare le vene al collo. Di solito te lo dicono di Berlusconi: non me ne importa nulla di quello che fa nel suo letto. La risposta va in automatico, e sembra una battuta: non è il suo, è il lettone di Putin.
È il Presidente del Consiglio, quel tizio bassetto e antipatico, è l’uomo più potente d’Italia, l’uomo che governa, anzi diremo comanda, e che tiene per le palle il nostro futuro. Cos’è, è diventato troppo pretendere che un eletto dal popolo sia per lo meno una persona per bene, se non proprio capace?
Maddai, non facciamogli la morale. Ci sono cose più importanti da rimproverargli. Sospetto di collusione con mafia, corruzione accertata, reati economici, etc etc. Quattro governi di crescente pericolosità sociale e diminuzione di diritti e libertà. Danni economici da Prima Repubblica. Al confronto, se si comporta da puttaniere, come tanti altri uomini di potere, è quasi normale.
E qui le vene scoppiano: come dire che, al confronto della rapina a mano armata, la mano che ti fotte il portafoglio è niente. E allora, che facciamo, la lasciamo passare? Proprio tu, donna, non prendi fuoco a sapere che, per perdonare oscurare sviare l’attenzione dalle sue figure di merda internazionali, un coro di volgari servi ripetano a reti unificate che trattare così le donne è una bazzecola? Che ora si può, anzi si deve, perché in fondo in fondo, a ben vedere, milioni di Italiani sono come lui?
Le ripercussioni di questo messaggio a reti unificate le lascio volentieri ai sociologi, ma non vedo perché dovrebbe sfiorarci appena, anziché colpirci come una schicchera sulle orecchie gelate, sapere che l’Uomo Esempio di Successo, oltre che disonesto, è pure scarso a rispetto per la donna.
Smettiamola, donne e uomini, di pretendere poco perché nessuno è senza peccato, e ai peccati grandi ci pensa Dio o Chi Ne Fa Le Veci. Di aver paura di parlare di etica e anche di morale. Se vogliamo un Paese a nostra immagine e somiglianza, ci riapproprieremo delle reali dimensioni della vita comune, del valore della convivenza civile, del progresso umano, della sana eterna guerra tra sessi. Dei nostri progetti di famiglia, qualunque siano. Lasceremo il tubo catodico e la noia satellitare o digitale nell’ambito che a loro compete: l’intrattenimento. Torneremo a chiederci chi possiamo votare senza avere un moto di rigetto.
Prepariamoci a difendere i nostri figli da queste aggressioni subculturali. Prepariamoci allo scontro, ai prossimi conflitti culturali e sociali. Non sia mai che, ogni tanto, se ne possa vincere uno.

(fine - ottobre 2009)

DONNE (ma niente dududu) / parte 9


Il fine giustifica il medium

Tuttavia, qui il dubbio è che la tv non sia neanche più un medium, un mezzo, ma un fine. L’impressione è quella che non ci si appelli neanche più, alibi passepartout, al dio mercato. Arrivarci, esserci, porsi in vetrina, dai politici dimenafogli alle letterine dimenaculo, significa giocare nel giro grosso. Non è più apparire, ma un essere. La realtà televisiva diventa, per prodigio dell’oligopolio Rai/Mediaset e dell’offerta omologata, realtà condivisa dalla coscienza collettiva. Non l’unica, certo, ma comunque egemone. E se la morchia maschiocentrica passa come realtà egemone, in pari dosi attraverso la cronaca e attraverso lo spettacolo, bene si può capire come faccia ad avere tanta forza di penetrazione.
La realtà e la tv sono oggi vasi comunicanti di un liquido venefico. E contro quel liquido vi è poco o nulla a fare argine. Che fare? Ribellarsi, certo, ribellarsi.
La tv è un mondo irriformabile nell’era di Berlusconi, e così la politica. Per invertire la sovrapposizione dei due mondi, dovremmo ribellarci a entrambe. Per farlo, serve la dispersa ma veemente forza degli intellettuali, la libera critica nell’informazione (Il Fatto Quotidiano è un nuovo, buon esempio di redazione ed edizione affrancata dall’oligopolio, mentre Il manifesto ne è l’esempio storico) e, naturalmente, dalla realtà. Quella non televisiva. Quella in strada, in piazza: i soggetti sociali che hanno confidenza con l’azione e la vocazione al conflitto. Sì, credo proprio che la speranza possa venire solo dai nuovi e aspri conflitti sociali che questa tv autoreplicante e questa politica autoconservatrice nascondono, minimizzano, ridicolizzano. Nuove domande potrebbero essere: il femminile è pronto al conflitto? E il maschile? E tutti e due, tre, cento mondi senza distinzione di genere, sono attrezzati e disposti ad aprire le ostilità? Materia per un altro articolo, temo.

(segue)

DONNE (ma niente dududu) / parte 8


Monnezza è mezza bellezza

Non è solo televisione spazzatura. Non è solo questione di bellezza-merce: non sono così ingenuo da pensare che la bellezza (naturale o patinata o siliconata, triste o allegra o bronciodipendente) debba scomparire dalle copertine o dalle pubblicità o dagli ancheggianti e poco vestiti corpi da corpo di ballo. Che la bellezza del corpo umano, e quindi per ovvi motivi del corpo femminile, serva per vendere, è un fatto e non vedo perché dovrebbe equivalere al servaggio. Tuttavia, la soglia del cinismo dovrebbe arrestarsi qui: la mercificazione del nudo, dell’identità e del sentimento ha una profonda influenza sul nostro immaginario.
Inciso: se per pubblicizzare un cosmetico posso mostrare un corpo nudo e così alludere alla seduzione, siamo nel campo della semantica e della promessa marketing – se ne può discutere, insomma. Se ogni quattro minuti del palinsesto ho uno stacchetto dimenaculo, ogni tre pagine labbrone tumide, una copertina su due apre con la gnocca, beh, abbiamo un problema. Non tutto può essere seducente. Ed essere educati a pane e sesso patinato, prima o poi, genererà pure qualche problema con la realtà. Fine dell’inciso.
Diamo troppo spesso per acquisito, se non per scontato, che la televisione sia un solo un mezzo, il più potente in Italia, ma pur sempre un medium. Non è proprio così.
Prima di tutto, se è ancora un medium, qualcuno deve avere libertà responsabilità diretta di forma e contenuti, e dare vita alla cosiddetta linea editoriale. Ed è fin troppo palese che in Rai (ma anche in Mediaset) questa libertà sia relativa: la televisione è oggi un mezzo eterodiretto, in cui l’editore non è mai completamente libero. E non tanto e non solo per la pressione telefonica del potere, come avveniva anche in passato, quando l’iperlottizzazione era una prassi egualmente deprecabile – anche se, va detto, più discreta. Quanto per la castrazione intellettuale a cui volontariamente si sottopongono editori, direttori di testata, direttori artistici e così via. E dico castrazione perché a volte non è nemmeno censura o autocensura preventiva: chi ha la responsabilità dei palinsesti e dei contenuti, dal più alto livello dirigenziale all’autore in stage non pagato, è immerso come noi nella morchia generalizzata. Che se ne renda conto o meno. E se il clima aziendale peggiora, si salvi quel che si può. Si innesca, insomma, un circolo vizioso per cui chi non è in grado o non vuole ribellarsi alla monnezza contribuisce alla crescita della monnezza, che viene venduta per bellezza.
Col risultato che anche il pubblico più avvertito trova un’offerta poco diversificata - e di qualità ad altezza gnocca.

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DONNE (ma niente dududu) / parte 7


Abbasso le quote rosa

Tanto per fare un esempio, le quote rosa: terrificante sintomo di malattia scambiato per rimedio per la buona salute in politica. D’accordo, la pari dignità stabilita per Costituzione non bastava, però il pari numero per legge o per gentleman agreement non ha niente di etico: è lavarsi la coscienza. A pensarci bene, le quote rosa sono lo speculare di un’altra, fenomenale (nel senso di prodotto di un fenomeno) cazzata: la par condicio. In un Paese libero, la par condicio si raggiunge attraverso le comuni dinamiche del conflitto politico e di opinione, non col pari numero certificato a posteriori.
Soluzioni a quanto il sesso politico richiede – intendendo con questo il complesso di temi che vanno dalle pari opportunità nel lavoro, alle leggi sulla violenza a sfondo sessuale, all’aggravante di discriminazione per orientamento sessuale che recentemente ha messo alle corde il PD – verranno invece da una politica familiare (non: familista come quella dell’Udc o elettorale come quella del Pdl) che sostenga la maternità, costruisca asili nido, accresca le possibilità di sostegno al reddito, riconosca le famiglie di fatto e ricomponga le famiglie dei migranti, sperimenti nuove forme di assistenza alle vittime di violenze o soprusi. In una definizione, che si identifichi con la società.
Mi piacerebbe che non ci fossero dubbi su questo. Se il maschio continua a occuparsi poco dei figli, è materia per i sociologi; se la donna nel 2010 non riesce a trovare o a mantenere il posto di lavoro perché le si impone la scelta tra tempo familiare e tempo professionale, se viene pagata meno di un uomo a parità di livello, la materia è per legislatori.
Se una politica seria, di alternativa, potesse proporre questo, sarebbe già qualcosa. Poi toccherebbe alla televisione, far la sua parte. E qui il discorso ridiventa politico. Le frequenze, il mercato pubblicitario, il conflitto di interessi. Alle solite.

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DONNE (ma niente dududu) / parte 6


Nessuno si senta immune

Non che partissimo da un modello culturale consolidato. Il disimpegno, la fuga dalla politica, il riflusso già negli Ottanta avevano impedito a questo Paese culturalmente fragile e arretrato di superare la sua tardoadolescenza sociale e politica. Tuttavia, le conquiste fondamentali dell’emancipazione non si sono mica dissolte. Sono sempre lì, pur minate e attaccate, resistono. Congelate in attesa che qualcuno si ricordi che, uomini o donne, di persone e di uguali sempre si tratta.
Non sono cambiate le risposte, ma le domande. Le domande da porre all’universo femminile non sono più: come può una donna vendere la propria compagnia come lavoro in cambio di un esercizio di potere; come può una donna (ragazzina) intendere il suo sputtanamento globale come l’opportunità di realizzare il sogno di velina, di fare il colpo grosso. Di donne fatte come son fatte non c’è da stupirsi, e non c’è da sottendere giudizio.
Piuttosto: come fa una donna a votare questa destra? Ammirare la gentaglia che gioca col suo corpo o del suo corpo fa un campo di battaglia elettorale? Questa Chiesa? Poi: come fa una donna a non incazzarsi a morte con questa sinistra immatura e ripiegata su se stessa, sulla scoperta del potere?
Se escludiamo le sacche di resistenza di cui parla Asor Rosa, capaci ancora di produrre pensieri e modelli non balbettanti, il pensiero omologato a reti unificate ha abbassato progressivamente le difese di tutti noi, sconosciuti e silenti spettatori, anzi telespettatori, abbandonati dagli intellettuali di sinistra e di destra senza una chiave di comprensione del reale. O meglio, senza che altre chiavi di comprensione del reale s’impongano alla nostra attenzione e si radichino a tal punto da funzionare come antidoto al veleno machista.
Ed ecco il punto: per contrappeso e contrasto all’affermarsi di un nuovo patentino a offendere e umiliare, oltre le minoranze a bersaglio, anche il sesso presunto debole, ci sono rimasti antidoti spuntati e anticorpi sfiancati. Rendiamoci conto che il livello del dibattito corrente intorno al ruolo femminile nella società, alla disparità e alla discriminazione, alla violenza psicologica e fisica e sessuale, alla prostituzione, all’omofobia, alla laicità della scuola e nella sanità, è fermo su binari del tipo: quote rosa in ogni quartiere, sono gli arabi che picchiano le donne, burka sì burka no, le donne sul lavoro va bene ma come la mettiamo coi figli, via le prostitute dalla strada, ma guarda che io ho molti amici omosessuali, crocifisso a scuola sì o no, l’aborto sì ma riparliamone (e per il riparliamone il debito è con un altro genio, Paola Cortellesi). Agghiacciante. È come mettere all’ordine del giorno in Parlamento il sommario di un tg Mediaset.

(segue)

lunedì 26 ottobre 2009

DONNE (ma niente dududu) parte 5


Le elezioni con il televoter

Con questo non intendo dire che la colpa stia tutta a destra. Non esiste una destra così, neanche quella di Berlusconi è così. E nemmeno la destra populista di Berlusconi è così potente da entrarci nel cervello come lama nel burro. Tuttavia, come dicevo un poco più sopra, il problema è politico: il marciume fin qui –certo insufficientemente- raccontato è anche il prodotto dell’ondata di restaurazione revanchista che la destra ha portato avanti costantemente: i comunisti, e tutti i loro amici, sono nemici. Per comunisti si intendono i progressisti tutti, quindi chi sostiene cosette come pace, amore, pari diritti, laicità di pensiero e libertà di orientamento sessuale sono potenziali bersagli. In marketing si chiama induzione del bisogno: vuoi qualcuno che ti levi di dosso il pensiero? Guarda, io l’ho fatto, e sono un uomo di successo.
Per muover guerra elettorale a questi molli buonisti, non s’è trovato niente di meglio che buttarla sulla gnocca, sul fucile, sul fatto che se i deboli son deboli un motivo ci sarà. Pensiamo come pensa, sotto sotto, l’italiano ignorante. Facciamo leva sui suoi istinti, sul fatto che ne ha abbastanza del faticoso distinguo di Veltroni, di Amato, dei costituzionalisti. Siamo in tempi di arabi che buttano aerei sui buoni e sani Americani del Piano Marshall, che diamine.
Tutto questo non sarebbe riuscito senza la complicità del vuoto d’opposizione. Ah, la tentazione a sinistra di agganciare il modello di successo: meno pasionarie alla Rosy Bindi e più bellezza inutile alla Melandri. Ma ve lo ricordate che volevano far deputato la Parietti perché “Oltre che bella, è intelligente”? Vedi, darling, a rappresentare il tuo stipendio ci mando già un gran bel paio di gambe; se poi pensa pure, vedrai che roba. Doppio ah, che bello riciclarsi a moderni frantumando l’architrave della coscienza di classe in nome di un liberismo da banca immagine chiamato ‘riformismo’ e alleandosi con una classe imprenditoriale cialtrona. Triplo ah, fantastico, mettiamoli a morte politica anche noi, i comunisti, che ci hanno rampognato mezzo secolo con la questione morale!
Eppure neanche questo basterebbe a spiegare l’enormità e pervasività del fenomeno.
Negli ultimi vent’anni è successo che i linguaggi della politica e della televisione si sono sovrapposti al punto di essere indistinguibili: la televisione si è allontanata ancora di più dalla realtà dei fatti per ossequio alla politica, e la politica si è allontanata talmente tanto dalla realtà da identificarsi con la televisione. Tanto che Rifondazione e sinistre atomizzate sono scomparse, più che dal Parlamento, dall’immaginario, perché non sono più in video, non sono più protette dal rassicurante cachemire di Bertinotti.

(segue)

DONNE (ma niente dududu) / parte 4


Il maschio dominante depilato

Accennavo prima allo scontro tra due culture, o subculture, nel rapporto tra i sessi. Ebbene, più che uno scontro, sembrerebbe una cannibalizzazione nel tempo. C’era una volta la donna forte ed emancipata in sempiterna lotta per la pari dignità e c’era l’uomo in sempiterna crisi alla prese con la sua ristrettezza di vedute. Per lo meno, ce l’hanno raccontata così. E fino a quel momento c’era speranza che, rese edotte e consapevoli dei rispettivi problemi, le due metà del cielo si potessero ricomporre intorno a un’unica crescita culturale, alle dinamiche sociali che intendevano far progredire il Paese. Coppie di fatto, lotta alla discriminazione di genere o di orientamento sessuale, politica del lavoro fondata sulla flessibilità del tempo (e non: politica della flessibilità del lavoro nel tempo) sono solo alcuni dei punti in agenda.
Poi è successo qualcosa. Qualcosa che deve avere avuto a che fare con la Carfagna ministro, la lettera della Lario a Repubblica, la D’Addario e i bagni di Palazzo Grazioli, financo con gli insulti a Rosy Bindi. E poi con il progressivo sdoganamento delle destre estreme, i muscoli filofascisti della Polizia alla Diaz, la retorica dei tabù neo-militaristi dall’omicido Quattrocchi in poi, la politica dei respingimenti e la voce alta sul bus nel dire che l’immigrato puzza. La merda gettata su Ilaria Alpi, su Giuliana Sgrena, su Aldrovandi, su Giuliani. La gara dell’orrore tra Guantanamo ad Abu Ghraib e le catene di comando del “Tutto giustifica tutto”. I picchiatori degli omosessuali in cronaca nella Roma di Alemanno, gli sgomberi al manganello di De Corato a Milano. L’arretramento del linguaggio della Chiesa su fecondazione assistita, aborto ed eutanasia. L’ignobile e inqualificabile attacco alla dignità della famiglia Englaro.
Come vedete, vado in ordine sparso, per flash: riempitevi anche voi la memoria. Ci dev’essere un filo. È emerso un marciume che mescola calcolo politico e becera campagna elettorale, informazione omologata, strumentale e sintonica al potere, in una morchia confusa e indistinta che puzza di maschio andato a male. È aggressività ignorante, cavernicola, quella del maschio che non solo sostiene e sbandiera orgoglioso il principio secondo cui un bel paio di cosce assicurino il migliore avvenire, che i froci siano devianza di natura, che i muscoli depilati e un’arma lucida siano compagni migliori non si dica di un libro ma almeno del telefonino, ma anche si sente autorizzato a tradurre in pratica il manuale del destroide troglodita.
Del resto, se lo mostrano tutti i giorni in tv, allora forse si può. Prima c’era l’ipocrisia del politically correct. Ora che il politically uncorrect s’è fatto largo e imposto a larghe falcate, si punta a sdoganare le pulsioni della pancia. Per non dire del sottopancia.

(segue)

venerdì 23 ottobre 2009

DONNE (ma niente dududu) / parte 3


Sul lettone di Putin

È in questo quadro di passaggi di classe video che entrano – per tacer delle ministre o delle daddarie in lista - le aspiranti visitatrici dei tanti lettoni di Putin al centro di stanze e stanzette del potere. Nell’era che premia brandelli di fama o almeno la tenacia di conquistarla a ogni costo, nell’epoca in cui si lasciano deserte le Camere per far politica sul canale compiacente e si legifera in villa, alla prostituzione del sorriso o dell’intero corpo si affianca così la prostituzione di un intero immaginario. Si vende la propria educazione al lavoro che assegna un ruolo, all’istruzione che abilita al lavoro e all’emancipazione femminile, per un posto più alto nell’immaginario comune. E, fenomeno nel fenomeno, non si vende neanche la gnocca, o non sempre per lo meno, ma il suo simulacro: io, donna che coltiva faticosamente la propria avvenenza, ti concedo potere con la mia sola vicinanza; io, uomo maschio divenuto dominante grazie alla vincinanza della gnocca, variabile nel numero e nella qualità ma costante nel tempo, in cambio ti elevo al mio rango.
Siamo al “Chiù pilu per tutti” e a Cetto La Qualunque: Antonio Albanese è un genio e lo sapevamo già; ora però è chiaro che la satira e il grottesco sono stati abbondantemente superati dalla realtà.

(segue)

DONNE (ma niente dududu) / parte 2


La gnocca alla lotta di classe

Premesso che un uomo, prima di parlar di donne, dovrebbe sciacquarsi le idee e guardarsi bene attorno, premesso che dico questo non per lisciare l’eventuale lettrice che inciampi in questo blog ma perché conosco il sentimento d’esser uomo e ne temo la tendenza a vedere tutto secondo come natura e non come ragione l’ha fatto, osservo ciò che accade e scrivo. Ciò che accade sono fatti e misfatti culturali: tanto per cominciare, la moderna corruzione post tangentopoli, quella a base di gnocca e coca.
Qui parleremo solo della prima, of course - e a questo punto possiamo anche soprassedere al dubbio se sia stata goduta o meno, da Berlusconi o da altri, a Palazzo Grazioli o altrove, in cambio di denaro. Perché quello che interessa qui è lo scambio. Questo tipo di scambio, che baratta immagine per immagine, in un contesto in cui l’immagine è potere.
Parafrasando ciò che scrisse Ida Dominijanni su Il Manifesto in un’intervista alla D’Addario, quello che è angosciante in questi fatterelli da malaffare che sfiorano il misfatto di Stato è rendersi improvvisamente conto di un substrato non solo numericamente rilevante di donne che conoscono – costrette, riluttanti, incoscienti o spregiudicate che siano - la via del vendersi o del farsi vendere in cambio di una posizione sociale diversa. E fin qui non ci sarebbe niente di nuovo: è cosa antica quanto il mondo, dicono le sagge e i saggi, il sesso per il potere, che porta denaro e così altro potere.
Eppure un fattore nuovo c’è, e sta proprio nella nostra modificata (e snaturata) struttura sociale, sempre più costruita non su base censuaria o per casta professionale, non sull’avere o sul prestigio, ma sulla visibilità, e si dica pure visibilità televisiva.
In alto i divi dello schermo, in mezzo i visitati dalla notorietà, più in basso gli aspiranti qualcuno, in ultimo lo spettatore spaesato. Tra i divi dello schermo ci metto i politici quanto i pallonari, tanto per dire che le ragioni di censo del vecchio schema, spesso, corrispondono. A scendere, le cose si fanno più sfumate: la borghesia disgregata lascia emergere i professionisti e i consulenti che hanno agganci nell’elite superiore, e per questo spesso consacrati deputati o sindaci; la massa precaria, fondata su nuove e vecchie povertà, che non trova sbocchi se non i reality di paese o del Paese, o la puntata giornaliera al Win for Life dei Monopoli di Stato. Il censo si è legato a filo doppio all’immagine televisiva e patinata, e il connubio è mortifero, sotto il profilo culturale prima ancora che sociale.

(segue)

DONNE (ma niente dududu) / parte 1

(Nuovo, lungo e noioso articolo in forma di blog - ndZ)


DONNE (ma niente dududu)

Il femminile nel ghigno mediatico del politically uncorrect:
non è la tv che fa schifo, è la realtà.
di Armando Barone

Cominciamo col dire che non è e non può essere tutta colpa della televisione. Se un nuovo immaginario, becero e maschilizzato fino al disgusto, induce il sospetto che le donne, dopo tutto, possano essere considerate merce, e anzi a questo si accompagna una sorta di sommessa esultanza, una rivalsa alle lezioni di civiltà scambiate per buonismo d’accatto, non è solo un problema di qualità dello spettacolo, e nemmeno di libertà d’informazione. Non di solo corpo e carne di velina, né di bellezza a fascicoli, si tratta: qui il problema è sociale e politico, persino intellettuale. Si parla di due (solo due?) culture, anzi subculture in guerra, due immaturi modelli di relazione ai temi della pari dignità, della discriminazione di genere o per orientamento sessuale, infine al sesso. Ai tempi del berlusconismo e della democrazia videocratica, del pensiero unico populista e del mercato delle emozioni, dell’oligopolio del consenso elettorale, non è la tv che fa schifo, è la realtà.

(segue)

venerdì 19 giugno 2009

Berlusconi, l’Italiano e lo Stato ostile / 11

Una nient’affatto serena e pacata analisi del dopo Elezioni - ultima parte


Lo Stato alleato

La maturità dell’Italiano elettore e della sua vita democratica è solo sospesa, non cancellata. Non ancora, almeno. La sua formazione può riprendere, ma a patto che lo Stato cominci a comportarsi da alleato e non da elemento ostile. Ricucire il rapporto tra Stato e cittadino significa anche molte altre cose, di cui qui non v’è cenno, quali per esempio rivedere il rapporto tra cittadini e Polizia, radicalmente compromesso dopo il G8, o fermare lo scempio della scuola e dell’ambiente. Al centro di questa rifondazione non può esserci che un vero ricambio della classe politica – quanti anni ci vogliono? – che imposti e risolva la questione dell’incompatibilità delle cariche, della trasparenza delle organizzazioni partitiche, degli stipendi di deputati e senatori e, finalmente, proponga una legge elettorale non orientata al bipolarismo, che in Italia non si può fare e non è cosa da fare.

Essere tra i padri ricostruttori dello Stato alleato come antitesi dello Stato ostile berlusconiano, invertire la tendenza in favore della crescita culturale del sistema Paese, è un’autentica rivoluzione. A questa rivoluzione può aspirare solo una sinistra consapevole di cosa è il berlusconismo e di come si combatte. Capace di sostenere una battaglia culturale e politica di lungo respiro, inclusiva nei confronti di liste civiche, movimenti, intellettuali, società civili. In questo quadro, certo, è importante valutare la scelta di uno o più leader in area progressista, ma la questione sembra essere di lunga sopravvalutata. La reale dimensione di una leadership si valuta solo nel tempo, e parrebbe fin troppo banale e semplicistico dire che non è la singola persona che ne determina il risultato. Il ruolo del leader è quello del moltiplicatore del consenso, della rappresentanza visiva, dell’agente primo del processo di trasformazione. Il parlante del nuovo linguaggio: chiaro, deciso, pronto a dibattere. Se anche carismatico, ben venga.

Non si vedono ora leader che mostrino di possedere queste consapevolezze, e di guadagnare autorevolezza con le loro argomentazioni. Se sia il momento storico o la confusione delle forze progressiste a impedirne la nascita, non è dato di sapere. Del resto, l’Italiano siamo tutti noi, elettori immaturi e disorientati: nel riprendere la nostra formazione alla democrazia, chi lo sa, potrebbe accadere di incontrare nuovi leader, nuovi agenti del cambiamento, nuovi moltiplicatori del consenso. Il cammino è lungo: che la Sinistra sia con noi.

(fine)


Berlusconi, l’Italiano e lo Stato ostile / 10

Una nient’affatto serena e pacata analisi del dopo Elezioni - parte 10


La risposta è controcultura.


Queste sono risposte a Berlusconi. Colpire la sua menzogna, informando. Affondare la sua popolarità, controinformando. Sostenere i redditi più bassi e da produttività significa togliere i redditi bassi e le piccole imprese da sotto l’ombrello del ‘popolo della partita IVA’ che elegge Lega e PdL. Coltivare la legalità e dare risposte serie alla società civile, negando qualsiasi connivenza con il PdL, è semplicemente avere dignità. Ma se non bastasse si pensi a cosa vuol dire recuperare anche solo frazioni di economia al nero: valori da due, tre leggi finanziarie. Altro che usare il tesoretto per il debito pubblico, come l’ineffabile Padoa Schioppa sosteneva.

Aprire ai temi dell’immigrazione, proponendo una gestione costante dei flussi e non un rubinetto militarizzato, e alle politiche di integrazione, seguendo i modelli sperimentati con successo altrove, vuol dire aprire un conflitto con gli elettori, rischiare: ma si deve, o la partita con la destra è persa da oggi.
Difendere l’autonomia del Parlamento dal Vaticano e da ogni altra influenza è semplicemente doveroso, ma se non bastasse si valuti che il voto cattolico è per natura ampio ed estremamente vario. Contenderlo a Berlusconi non significa fare a gara con lui a chi bacia più tonache, ma dare rappresentazione di tutte le sue componenti. Come? La risposta è sempre la stessa: laicità nello Stato e religione quale che sia nel privato. È un patto accettabile da qualunque parlamentare che sappia fare il suo mestiere, con buona pace di Binetti e soci.

Da questi punti programmatici nasce l’idea di fondare una controcultura che si opponga alla cultura dominante, o non-cultura berlusconiana, ben più pericolosa perché sopravviverà all’uomo Berlusconi. E solo con queste premesse, è possibile parlare di partiti, quali e quanti, di consenso, di leadership.

(continua)