lunedì 11 giugno 2012
Mamuska. [Ovvero: come si stava bene col culo sui ciotoli]
lun 21 maggio 2012
Il fine settimana è finito, e con dispiacere, perché ce l'eravamo preparato e poi ce lo siamo gustato per bene. Comincia tutto venerdì sera a BambinFestival, spettacolo inaugurale per ragazzi in una piazza fresca e affollatissima. Normannino in prima fila, Normanna e io seduti per terra poco distante, accanto al passeggino di un Numero Due stranamente intimidito e taciturno dietro buffi occhiali da sole.
Lo spettacolo è la fiaba di Mamuska, fata che realizza i desideri dei bambini, o almeno ci prova, con l'amica Pingua la pinguina, in un ghiacciato e magico reame ai confini del mondo. Lo mette in scena il gruppo teatrale In Scena Veritas, protagonista la bravissima Manuela Malaga ed è così piacevole che anche noi adulti l'abbiamo seguito con occhio da pesce e svagatissimo aplomb. In foto, l'introduzione dello spettacolo.
Sabato di nuovo BambinFestival con il gioco libero coi colori al parco ex-darsena (ma che bello che è diventato), con Numero Due che nuota tra i colori per tre ore, mentre il Normannino e io eravamo al bosco Negri a una festa di compleanno con gnomi veri di sei anni e gnomi fantastici in vena di misteri.
Domenica, beh, domenica cartoni.
martedì 28 febbraio 2012
Jack, fantasma re
Il Normannino mi rende orgoglioso in molti modi, certo più importanti di questo.
Eppure il fatto che sia diventato un ammiratore di Jack Skeletron e di Nightmare Before Christmas di Tim Burton per me è una cosa un po' speciale.
Perché è un film di animazione bellissimo, delicato, con musica che non stanca (nella versione italiana c'è un superbo Renato Zero) e tanta poesia, divertente da riderci fino alle lacrime.
giovedì 31 marzo 2011
lunedì 10 gennaio 2011
Quando uno li sa fare, (scrivere,) i film
Dicevamo? Ah sì. Volver è un pensiero bellissimo.
Nel mio recuperare film e musica che mi sono perso mentre perivo lentamente sotto la dittatura dei Nazisti dell'Illinois, capita che Filippo mi aiuti a compilare le mie liste della spesa.
E tempo dopo, eccoci qui, io e la Normanna, nelle vacanze non-vacanze di fine anno inizio anno, a guardare il film.
E la prima cosa che mi viene in mente è: cazzo se li sa scrivere, i film, Pedro Almodovar. (Cosa che sapevo già, ma sai, finché non te lo rimastichi bene a voce alta...).
Per carità non lo scopro mica io, ma i suoi personaggi vengon su dalla carta prima ancora che li indossino gli attori, e poi la scelta felice degli attori e il regista fa il miracolo: verità, verità, verità.
La verità che la finzione ti artiglia dentro e, sbudellandoti di commozione, mostra ai tuoi stessi occhi.
Come la scena che commentavamo un minuto fa, proprio io e Filippo, in una sessione quasi accidentale di skype: Penelope Cruz canta Volver e, beh.
Com'è vero, com'è vero lo sguardo di Carmen Maura che sparisce o meglio svanisce lentamente nell'ombra del finestrino.
Ah! I sentimenti.
Cazzo quanto abbiamo bisogno di verità, e di sentimenti.
martedì 30 novembre 2010
IO SO perchè è così difficile trovare Julian Assange (e ve lo dico)
Scrivono che Julian Assange è un terrorista mediatico. Ora, a parte il consueto "piano con le parole", e premettendo a tutto questo che niente è meno credibile del Governo Italiano nella figura dell'Uomo Buffo al Posto Giusto Frattini - e degli Stati Uniti quando asseriscono di dire la Verità - io so con assoluta certezza il perché la Cia non riesce a prenderlo.
Perché io conosco la sua vera identità:
lunedì 22 novembre 2010
Sono andato a vedere Harry Potter 7 (e mi sono divertito)
Ah ah ah-haaa. Che bello. Mi sono proprio divertito. Ne dirò prima i (due) gran difetti: pessima la scelta dell'attore che interpreta Xenophilius Lovegood e di conseguenza anche un poco storpiata la funzione del personaggio nella storia. Mi sarei aspettato un vecchietto svampitello alla Christopher Lloyd, questo sembra un Malfoy caduto in disgrazia. E poi, Fenrir messo in disparte da un ghermidore che sembra una versione gay di Bono Vox... andiamo, qui si poteva far meglio. Ma tant'è: mica si può azzeccarle tutte.
Poi, i pregi. Ottimo l'inizio con Hermione. E poi ottima anche la scena con la tavolata di Voldemort e la solita strepitosa Helena Bonham Carter nei panni di Bellatrix Lestrange – e Nagini! Qui, e a Godric's Hollow... ih!
Poi: belle le sequenze del ritrovamento della spada, leggermente sotto tono il litigio tra i tre e il tema della separazione: forse una voce narrante avrebbe aiutato, non so. Davvero buone anche le scene al Ministero, non ci avrei scommesso.
Nel complesso la storia degli Horcrux non è chiarissima (e come poteva?), ma regge. E il racconto dei Doni della Morte, affidato a un'animazione di grande mano, è invece perfetto.
Narrativamente, ha pochissime pecche: si perdono i ruoli dei comprimari (anche Ginny) ed è un peccato – ma anche qui, non è che si potesse fare molto diversamente.
Senza infamia senza lode, invece, la tortura di Bellatrix a Hermione (fiacca) e il finale: hanno scelto giustamente l'arrivo a Villa Conchiglia, ma niente è spiegato. Io avrei preferito continuare un paio di minuti con Harry e il resto del gruppo a leccarsi le ferite. Ma non ho visto da dove riparte la seconda metà, quindi non ho il metro adatto per giudicare.
E adesso tocca aspettare fino a luglio 2011.
Harry Potter 7 – I doni della Morte parte I
venerdì 24 settembre 2010
Giovanotti! A Roma c'è la guerra!
Non l'avevo mai visto, confesso. Strepitoso Nino Manfredi nei panni di Monsignore, giudice a Roma in piena crisi di vocazione, poco prima della breccia di Porta Pia. Una sceneggiatura tagliata sulla commedia per parlare di tragedia. Sarebbe da leggere come un romanzo (e infatti mo' la cerco). Intanto se volete guardare il processo, lo trovate qui, su iutiub.
lunedì 23 novembre 2009
I love Radio Rock

Finalmente l’ho visto. Allora, tanto per cominciare, citiamo la recensione di suevele, che sottoscrivo. E poi aggiungo: godibilissimo e ben scritto, è divertente, a tratti trascinante.
Un po’ perché questa favola rock chiarisce i termini di cosa significa fare un film generazionale: ossia, invece di cazzeggiare serissimi, raccontando una storia in cui tutti quelli che l’hanno vissuta di diritto o di sguincio sono richiesti di parteciparvi emotivamente, pena l’inutilità del film, si racconta ciò che un quadro, un frame di quell’epoca può rappresentare, per dare una propria, partecipata, visione di quegli anni e dei nostri.
Un po’ perché, essendo una favola, sfugge ai cliché e alle semplificazioni: qui c’è un protagonista collettivo, visto con gli occhi del personaggio principale, c’è l’antagonista malvagio, c’è l’ambiente (unico) e ci sono personaggi degni di farci un po’ di letteratura; ma ciò che conta è ciò che accade loro, costruito narrativamente intorno a un plot semplice ma mai banale. Ti si chiede di divertirti, nient’altro, e fa passare l’idea che il regista e gli attori si siano divertiti a girarlo. E quando succede, ne viene fuori un film pienamente riuscito. Da vedere, da vedere.
venerdì 20 novembre 2009
Strane storie di inizio secolo

Mi è tornato in mente in questi giorni, ragionando in termini di acqua e diritti fondamentali (e forse inconsciamente ispirato dalla lettura di 1984 di Orwell). Non so se l’avete visto e comunque se lo ricordate, ma in Strane Storie – Racconti di Fine Secolo (1994) di Sandro Baldoni (regista ex pubblicitario - e sì, il fratello di Enzo) c’è un episodio, quello di apertura, mi pare, in cui c’è Ivano FacciadiGomma Marescotti (che non so perché mi è sempre risultato assai simpatico, con quella faccia da gemello astuto di Bersani) che si sveglia la mattina e scopre che non respira bene. Dopo qualche istante di comprensibile smarrimento, si rende conto che si è scordato di pagare la bolletta dell’aria.
Non svelerò qui il finale, nel caso non abbiate visto il film, che è surreale ai limiti del grottesco (e a tratti geniale), ma inviterei chiunque a immaginare cosa succederebbe se un domani, l’acqua messa a profitto dalla multinazionale con il call center e una rapace rete di venditori/consulenti, ci dimenticassimo di pagare la bolletta dell’acqua.
venerdì 17 luglio 2009
C'est l'amour

Non so quanti conoscano questo vecchio film da pomeriggio. Billy Wilder dirige Jack Lemmon e Juliet Mills a Ischia, con cameo di Pippo Franco e altri buoni caratteristi. Non so nemmeno perché e come accade che vi sia in qualche modo affezionato. Sarà che questi film li ho visti tutti con mia madre, sarà che davvero divertente lo è, con quel suo tipizzare gli Italiani con la mano che sa usare lo stereotipo e voltarlo alla situazione comica, al sentimento. E pensare che Wilder voleva mostrare agli inglesi e agli americani quanto poco sapevano dell’Italia e dei suoi abitanti. Non è neanche riuscitissimo, un po’ troppo ‘rilassato’ anche per quell’epoca.
Avanti, avanti!
(Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?), 1972
giovedì 2 luglio 2009
Nick
The Big Chill

- Hai presente Il grande freddo?
- Sì. Belllo. Bella anche la…
- …la colonna sonora, sì. Ma te lo ricordi bene?
- Mh. Sì, credo di sì.
- E secondo te perché Tom Berenger alla fine va via con JoBeth Williams?
- Eh?
- Tom Berenger: il personaggio che è un attore famoso di telefilm… e la mora sposata. Presente?
- Ah, sì. Eh, stanno insieme perché era quello che avevano sempre voluto.
- …
- Forse.
- Secondo me non doveva finire così.
- E perché?
- Che senso ha? Sette amici che si ritrovano intorno all’amico suicida, e sembrano ancora gli uni fatti per gli altri. Bello. Scoprono che sono gli stessi di sempre, e anche che sono irrimediabilmente cambiati. Proprio le due cose insieme. Bellissimo. Per tutti cambierà qualcosa, dopo. Tutti si rendono conto che essere se stessi è difficile. E Tom Berenger è quello che più di tutti non sa chi è. Non sa cosa vuole. La mora, dal canto suo, si rende conto che non le piace più la vita col marito…
- Me lo ricordo. È quello che si vede in vestaglia che spalma burro di arachidi…
- Infatti. Noioso, ma affidabile. Padre di famiglia. Tutte quelle cose lì. Mentre lei vorrebbe tornare a scrivere poesie, fare un’altra vita, insomma sentirsi un po’ più se stessa, se non ho capito male.
- Come gli altri.
- Esatto. A me è sempre piaciuta questa cosa del weekend dove succede di tutto, che ti scompiglia la vita e anzi quasi te la scardina. Che ti si aprono davanti prospettive che hai sempre avuto, anche se finora ti è mancata l’occasione. Con i tuoi amici che sono quelli che ti hanno cresciuto, oltre a crescere con te.
- Mh. E perché Tom Berenger e la mora non vanno bene?
- Ma perché tutti loro in qualche modo voltano pagina – lo dice Kevin Kline, nel film – “A me invece non spiace avervi perso di vista, avevo bisogno di buttarmi nel mondo, di sporcarmi le mani”. Ma la voltano in avanti. William Hurt ritorna umano, e se ne va via con la ex dell’amico. Kevin Kline e Glenn Close stanno per vendere l’azienda, e comunque la loro fetta di casini l’hanno già passata. Infatti sono i più solidi. Sono sempre stati un po’ la mamma e il babbo di tutti. La ragazza che fa l’avvocato vuole il figlio e probabilmente si farà aiutare da loro. Jeff Goldblum vuole smettere di fare il giornalista e aprire il club. Invece loro cercano di recuperare un rapporto che non c’è mai stato, per un motivo o per l’altro. Tornano indietro.
- Come fai a dirlo? Il film non dice questo, e comunque può anche darsi che sia un errore… il finale mica è un lieto fine.
- È proprio questo, il punto. Gli altri, avanzano. In direzioni forse non previste, non è detto che di lì in poi saranno felici. Ma c’è un cambiamento. Loro sembrano voler tornare a quando dovevano finire a letto insieme. Sono due insoddisfatti: lui non si sente all’altezza di niente, è insicuro, non ha ancora deciso cosa fare della sua vita. Lei butta all’aria una famiglia, con figli, e anche lei sembra non aver capito molto di se stessa. E pare che vogliano più che altro trombare per sentirsi ancora giovani.
- E questo è male?
- Eh, certo. Tutti gli altri, in qualche modo, fanno un passo avanti. Loro, no.
- E perché un errore non dovrebbe essere un passo avanti?
- …
- Magari Tom Berenger e la mora si renderanno conto di aver fatto una cazzata. E resteranno insoddisfatti. E dovranno riproporsi il problema di cambiare cercando di stare bene con se stessi, più che l’uno con l’altra. Ma non conta niente: ognuno di questi errori li avvicinerà in qualche modo a quello che cercano.
- …
- Io almeno la penso così.
- E secondo te Lawrence Kasdam, il regista, lo sapeva che stava scrivendo una cosa così?
- Secondo me, sì.
- …
- Ha scritto due Guerre Stellari con Lucas, non dimenticarlo.
[nella foto: glenn close, kevin kline, meg tilly, tom berenger, william hurt, mary kay place, jeff goldblum, jobeth williams]
martedì 21 aprile 2009
Guzzanti, Sabina: vilipendio tour

Pubblico oggi quello che non ho pubblicato –per amnesia e perché pensavo di aver perso il file- lo scorso dicembre.
19/12/2008
Sabina
Dello spettacolo di Sabina Guzzanti m’è rimasto addosso, più che in testa, il finale. Sulle note di un’avvelenata-camuffo che la Nostra canta con una certa malinconia, si vede il bianco e nero di una ragazzetta di 40 anni con i capelli raccolti, il trucco profondo e la maglietta di Frankenstein che, sul ciglio di una strada di campagna, sfoglia cartelli con le parole chiave del testo. Terminata la canzone, la ragazzetta saluta, specchio dell’altra Sabina che saluta dal vivo sul palco.
Non vi parlo ora dello spettacolo, perché sennò vi rovino la sorpresa. Eppoi deve ancora sedimentarsi bene nella mia memoria il ricordo di quanto ho riso e pensato. Diciamo che è meno esplosivo di Raiot: meno legato alla parodia dei politici o dei personaggi pubblici, o meglio qui sono inseriti in un discorso più omogeneo, che segue il filo di una riflessione sul discorso di piazza Navona e lo apre all’osservazione del mondo che è. In Raiot gli sketch erano parentesi, qui a volte li troviamo in mezzo al monologo. Intatta, se non accresciuta, la sua consapevolezza e sicurezza nel portare avanti lo show, con mezzi e linguaggi peraltro diversi: video e canzoni da dj set, soprattutto.
Quello però che mi è corso sotto pelle, ma piuttosto chiaramente, è che in questo spettacolo sia venuta fuori una Guzzanti un po’ scoperta, più autentica ancora, che addirittura lascia trasparire un poco della sua – non saprei bene come altrimenti dirlo - fragilità. Come la ragazzetta 40enne, la donna si fa due ore e mezza di palco e assieme all’indignazione, all’invettiva, alla denuncia civile c’è una nota di malinconia, di emozione grata, di struttura interiore.
Dev’essere questo che mi è piaciuto così tanto.
venerdì 17 aprile 2009
Recital di Corrado Guzzanti

Milano, 14 aprile, Teatro Smeraldo.
Ho (amaramente) riso fino alle lacrime. Genio. Su tutti, Tremonti, Bertinotti, Prodi e Padre Pizarro. E non vi svelo la fine.
mercoledì 9 luglio 2008
Into the wild

venerdì 27 giugno 2008
27 giugno 1970
JAKE
How much for the little girl? The women? How much for the women?
CUSTOMER
What?
JAKE
Your women. I want to buy your women. The little girl, your daughters. Sell them to me. Sell me your children!
CUSTOMER
Maitre'd'! Maitre'd!
MR. FABULOUS
(to Jake)
Cut it out. Cut it out. The owners are gonna ask me to call the cops.
JAKE
You wouldn't do that to me would ya man?
ELWOOD
He just got outta Jolliet, he's on parole. You can't call the cops on him man.
JAKE
We're putting the band back together.
MR. FABULOUS
I said no. Absolutely not.
JAKE
(to customer)
Yo! How much for your wife?
(to Mr. Fabulous)
We're putting the band back together. We need ya man, we need your horn.
MR. FABULOUS
I can't, I really can't.
ELWOOD
We got everybody but Matt guitar Murphy and Blue Lou and we're getting them next.
MR. FABULOUS
No way.
JAKE
If you say no, Elwood and I will come here for breakfast, lunch and dinner every day of the week.
MR. FABULOUS
Okay, okay, I'll play. You got me.
mercoledì 4 giugno 2008
Gomorra - di Matteo Garrone

Prima il giudizio: cazzo che bel film che ha fatto Garrone. Alcuni commenti che mi hanno riferito: sì, ma se non hai letto il libro non si capisce chi sono quelle persone, cosa c’è dietro; sì, ma è un po’ un documentario. In più, c’era il fatto che Gomorra fa notizia, che è stato a Cannes e che ha vinto un premio prestigioso, per cui occorre sempre mettere in preventivo aspettative e clamori di stampa. Bien, ho cercato di non farmi influenzare. Tanto più che non ho ancora fatto a tempo a leggere il libro.
Ramazzo il campo per liberarlo dai commenti altrui: per comprendere ciò che accade non serve aver letto il libro. Andare oltre avrebbe significato fare un documentario. E no, non è un documentario, perché racconta storie senza denunciare nulla. E Cannes lo ha premiato proprio per questo. Adesso spiego perché mi viene da dire così.
Il film è una narrazione di quattro storie che si rincorrono e si accavallano in un luogo che è reale e al tempo stesso simbolico. Fin dalle prime inquadrature capisci che i caseggiati della periferia dove spadroneggia la gente di camorra sono una realtà extraterritoriale (è anche l’effetto dei sottotitoli per comprendere i dialoghi, in dialetto campano), una zona di confine (sorvegliato e sottratto al controllo delle guardie), un campo di battaglia (la guerra tra clan). Nell’atmosfera asfittica di miseria e ostentazione, coca pistole banconote e catenazze d’oro, ci sono panni stesi e borse della spesa, videopoker e caffè alla napoletana, matrimoni gioiosi e cruenti ammazzatine. Un microcosmo che non solo sai che esiste, e proprio lì dove ci ha detto Saviano, ma che –per come è raccontato, ed è questo il miglior pregio del film- può esistere in ogni luogo. Le quattro storie sono storie di vita di quel microcosmo, da cui emergono le vicende di alcuni personaggi. Scelti per essere rappresentativi di quella realtà, certo, ma quello che ti rimane addosso è il fatto di scoprire, con una punta di panico, che non sono poi tanto diverse, straordinarie, extraterritoriali.
Insomma non riesci a dire: non mi riguarda. Sono vite umane, quelle. Immerse in un contesto che non è e non può essere il tuo, ma che finalmente (sottolineo: finalmente) si lascia penetrare dal nostro sguardo - primo passo per arrivare a comprendere.
Il film non serve a denunciare o svelare: stupisce perché la mano del regista (felicissima anche tecnicamente) è talmente trasparente, nel guidare il film e gli attori verso il finale, che basta semplicemente guardarci attraverso. E quello che vediamo è vita vissuta, reale, che si racconta in qualche modo da sé. Quello che viene chiesto è di osservarla nella sua realtà, e niente altro.










