martedì 27 aprile 2010

28 APRILE, IL MANIFESTO COMPIE 39 ANNI E 40 CENTESIMI


(Domani compro 20 copie e le distribuisco).
Semplice e, al solito, interessante anche la campagna pubblicitaria: c'è anche un blog. Il tutto a firma di The Name.

lunedì 26 aprile 2010

Diritto su Cuba

Grazie a chi realmente se ne intende, un poco di chiarezza ogni tanto.
Gianni Minà a proposito di Cuba, Paese assai complesso da capire e molto facile da strumentalizzare.
E, tra l'altro, i dubbi sulla bloguera Yoani Sanchez aumentano.

venerdì 16 aprile 2010

Adro: basta smettere di aver fame


Già. Basta smettere di aver fame. Dimenticarsi cos’è. Niente di meglio per capire i leghisti dalla parte del popolo bue e le pasionarie da centro commerciale che hanno sentenziato che i tuoi bambini a scuola, se non hai i soldi per pagare la retta della mensa, li fai digiunare. Se hai i soldi sei degno, se no sei fuori. Se sei senza lavoro, trovi qualcosa in nero. Se non trovi, è colpa tua. Se hai quattro figli e tre non puoi mandarli a scuola perché non te lo puoi permettere, fesso tu: te la sei voluta. Non sai che esistono i cappuccetti? Del resto, si sa che questi nuovi arrivati sono furbi. Non hanno soldi ma girano in suv e hanno il telefonino nuovo. Curiosa, questa uguaglianza a senso unico: le regole valgono per tutti, ma sono io a stabilire chi è uguale a me e chi no. Chi è degno e chi no. Chi ha i soldi e chi no.

Mi chiedevo cosa può essere successo, per avere questo hard discount della crudeltà davanti alle telecamere, pienamente esibita, addirittura firmata a mo’ di petizione. Non basta il successo leghista (la leva dell’eterna frustrazione: chi parla alla pancia disprezza il ragionamento, perché avrebbe torto e questo torto sarebbe ancora più frustrante) e lo sdoganamento anche mediatico del peggio della destra fascistella e borghese, non mi basta neanche la ragione sociologica dei vent’anni di culto mediatico e isterilimento della cultura vera, né il furto legalizzato e la cultura dell’ego machista degli anni ’80 contro la solidarietà del dopoguerra e del miracolo.

Ci sono arrivato: basta non aver più fame. E mica solo di pane. Di libri, di affetti, di mondo. Sazi, satolli, distratti dalla misura del proprio pene o dall’etnia della propria imene, ci si dimentica del vicino di casa in cassa integrazione. Un giorno, anche pochi anni fa, gli avremmo portato l’arrosto da assaggiare. La torta per i bimbi a merenda. La bottiglia che me ne hanno regalate due in più, godetevele voi.
Adesso si misura la mia regola sulla sua, e senza provare neanche un minimo di compassione e vergogna, noi che non sappiamo più cos’è perché crescendo non l’abbiamo più provata, frustrati dal non essere ricchi con la tv l’azienda o il parlamento, stanchi delle tasse e dell’allegria degli altri, si attacca con la violenza di chi ha già in torto e grida di aver ragione. Cani rabbiosi, gente da catena.
Combattenti da condominio che incuranti di tutto, sia compagno di viaggio sia passante che t’attraversa la vita, vanno accelerando per la loro strada. Dritti contro un muro.

Nella foto, compite concorrenti al titolo di miss Adro.

venerdì 9 aprile 2010

La risata che ci seppellirà

Napolitano che firma il legittimo impedimento.
La parola "riforme".
Il PD.

Speriamo arrivi, questa dannata risata. Anche per motivi di igiene.

mercoledì 7 aprile 2010

Normannino's drimuorcs


In questi giorni Numero Due è pieno di muco e ci si sveglia la notte, oltre che per dargli il latte, anche per lavaggi e aspirazioni. Naturalmente, l’operazione non è indolore e dobbiamo chiudere tutte le porte per non far giungere urla e strepiti al Normannino addormentato.
Per la verità, il Normannino non si sveglia mai. Non in quel momento, almeno. Di solito, fai in tempo a rimettere a letto il piccolo e riaddormentarti per un buon quarto d’ora. E non per quello: dopo una settimana trascorsa con mamma e fratellino a casa dalla nonna, in cui per ragioni di spazio ha dormito con la mamma, non vorrebbe tornare a dormire solo. E allora ti chiama e chiede attenzioni. Acqua. Compagnia. E poi ci sono sempre i brutti sogni. Uno di questi, come li racconta lui, la mattina a colazione.

- Sai che stanotte ho visto un cartone buffissimo?
- Un cartone?
- Sì! C’erano le apine come nel lettino di Andrea, però io le toccavo e loro uscivano dallo schermo! - Davvero? Era un brutto sogno?
- Eh sì, c’erano le apine, eeee… c’era Tomejerry che le mangiavano.
- Ma ti sei spaventato?
- Nooo. Era un cartone stranissimo.
- …
- Però divertente.

In foto, il Normannino impegnato a demolire una pastiera napoletana davanti a un papà in preda a crisi di ipersalivazione.


martedì 6 aprile 2010

Giovedì 1, l’addio al glutine (e niente pesci d’aprile)

Alle 9.00 l’addio alla brioche, alle 13.00 l’addio alla piadina, alle 20.30 l’addio alla pizza (pomodorini e bufala). Poi, l’addio alla birra al San Siro. Arriva primo Stecco. Poi Nanni. Poi Nuzzi, Filo e Gif. Passati i bollettini sulla famiglia e raccontata l’avventura da neo diagnosticato, fatale che il discorso cada sul lavoro (Stecco, Nanni e poi Gif che mi apre la porta a una tirata isterica sul cosa vuol dire essere comandati da un egomane stupido e arrogante) su musica e cinema (Filo). Ci vogliono due Newcastle e una Guinness per rendermi conto, improvvisamente, che sono un materialista non ateo.
Tutto nasce da un corto circuito che non so se sono in grado di spiegare. Per sommi capi lo posso esprimere così: fosse il dio dei cattolici, fossero leggi del cosmo, fosse l’amore tra particelle o sesso tra angeli, cosa cambia? Non è egualmente meraviglioso, che tutto abbia un cazzo di senso? E il senso non dovrebbe essere l’amore, il rispetto, l’uguaglianza? Se in un infinitesimo del tempo uomini senza vincoli di sangue e senza altra ragione apparente del voler stare insieme scelgono di dividere il proprio tempo e la propria solitudine attorno un tavolo, se la chimica dei loro cervelli dice amami e ti amerò come un comandamento, se esiste la bellezza e il piacere, l’arte e la musica con e senza le madonne con bambino, se in questa sottostanza esiste la pace e almeno per un momento ho allontanato un poco la morte.
Empatia, empatia. Il senso di tutto è comprendere dove l’uomo che ti sta davanti soffre o gode e scegliere di conseguenza cosa fare.
Chi poi ha il coraggio di avere fede in un dio solo, lo faccia. Io devo solo chiedermi e rispondermi come sto. E questa notte, anche se ancora non so come sto ne so comunque più di prima.

mercoledì 31, il momento di dire basta

La peggiore giornata da mesi. Sul lavoro, chiaro. Non ho mai preso troppo sul serio il mio lavoro, perché non serve. Da quando ho un poco più di responsabilità, diciamo che ho cominciato a farmi qualche scrupolo. Ma niente di più. Premessa necessaria: vedi, caro lettore, la pubblicità serve a vendere e quando riesci a usare un modo che funziona e che piace anche al cliente, le cose vanno lisce e i soldi che girano possono anche avere un senso. Se sei un po’ capace di intendere cosa ti sta dicendo il cliente e un po’ anche di toccare le corde giuste del suo pubblico, ecco, diciamo che sei in grado di fare un buon lavoro.
Il resto, non c’entra un cazzo con la professione e la professionalità. C’entra con chi hai a che fare dalla tua parte. Ecco allora che capita di scambiare quel po’ di voglia di imparare e di ambizione che hai con il posto fisso. E ci sta. Che impari a proteggerti i nervi, specie dalle intrusioni sulla tua visione del lavoro. Che ti adatti, riuscendo a fare cose che non sarebbero nelle tue corde e collaborare con gente con cui non hai niente, neppure questo lavoro, da spartire. Che comunque pesi il beneficio di avere malattia, ferie e pensione contro il fatto d’essere pagato la metà. Che dinanzi al verticale peggioramento dell'ambiente di lavoro, riesci a stringere i denti e a resistere, perché in fondo il tuo lavoro, anche se poco, è importante per gli altri, tutto ci sta.

Finché, per avventura, non ti chiedono di fare il lavoro di uno junior account executive (il ventenne stagista che scrive i memo per le riunioni, quando non gli fanno fare le fotocopie, tanto per intenderci), ossia riempire di testo le slide di power point della presentazione commerciale di un piano di comunicazione pensato da un cuoco messo a dirigere un’azienda di comunicazione consorella della tua. In mezza giornata, chiaro. E non perché sei capace di pensare in modo diverso, dunque puoi (per ipotesi) integrare quel piano con le tue proposte, no. Il piano è quello. Solo: gli altri non hanno tempo. E poi, sai, tu scrivi bene.

venerdì 2 aprile 2010

martedì 30: empatia


Oggi di nuovo c’è solo un ottimo brasato della zia, diviso con mio fratello, accompagnato da polenta e gorgonzola. Per inciso, tutta roba che potrei mangiare anche se fossi a dieta.
Ma alla memoria sale ancora qualcosa del lunedì, che molto ha cambiato non solo dei miei para-pensieri alimentari ma anche d’altro.
Perché lunedì ho anche fatto altre cose.
Tra cui la più importante è stata andare a parlare con un’amica di cosa può essere anzi di cosa può diventare il mio tempo e anche probabilmente l’intera vita professionale.

Poi c’è che non so com’è capitato ho visto una puntata del Dr. House e ho cominciato a pensare cose che non avrei voluto pensare. O forse sì, dipende. Non c’entra la storia, e nemmeno la malattia, c’entra la cosa che mi si annodava in petto guardando neutro una sceneggiatura messa davanti alla macchina da presa. Perché non vedevo il paziente, ma l’attore che lo faceva. E d’improvviso ho realizzato perché House, E.R. e tutti quanti gli altri hanno così presa su di noi comuni mortali: la sofferenza.

È la vecchia catarsi dei greci, potevo anche pensarci prima, ma è proprio questo il punto. Empatia. Non c’è, sei morto. C’è, sei vivo.

Io proprio non so come sto, adesso.

lunedì 29: sono disponibili ostie senza glutine


La regina di tutti celiaci è un’acciughina mora, giovane e sottile perfino nella voce, a cui lampeggiano gli occhi quando la intimidisci con le domande. Il re di tutti i celiaci è un cordialone con la frangia castana perpendicolare al naso, faccia da slavo americano di quelli che ti aspetti con la camicia a quadri nella drogheria della Casa nella Prateria. In un’allucinazione mnemonica gli ho visto addosso anche le bretelle.

Mi dice, il re, che la severità della malattia è solitamente proporzionale alla manifestazione dei sintomi: io non ne ho, o non li soffro, dunque potrei pure campare 100 anni. Per consolarmi, la sera stessa sono passato dai mastri birrai della (via) riviera a comprarmi ben due artigianali.
Una weizen non pastorizzata (provate l’abbinamento con bucatini all’amatriciana non troppo piccanti, ne vale la pena) e una double bock da meditazione sugli 8-10 gradi che, al solo appoggiarla sul tavolo, i miei esami hanno preso fuoco stile poltergeist.

Buona notizia, i miei birrai stanno pensando di tenere le artigianali senza glutine. E in effetti, che dire, pare un business in crescita.