lunedì 30 novembre 2009

Con D’Alema-Wolf, il PD è morto (e nemmeno tu, elettore del PD, ti senti tanto bene)


Se non lo dice nessuno, lo dirò io: D’Alema è uno dei più nefasti imbecilli che la politica italiana ricordi. È proprio stupido, politicamente stupido. Eppure comanda - il che la dice lunga sullo stato dei tempi attuali. Nonostante abbia perso tutto quello che si poteva perdere in termini di consenso elettorale, con e senza Veltroni, è tuttora considerato la carognetta intelligente, il fine stratega, il professionista che sa fare il lavoro sporco – come la Bicamerale, la rinuncia a trattare il conflitto di interesse, le avventure di Telecom, le scalate bancarie, per tacer di cose più serie come l’incredibile partecipazione italiana alla guerra umanitaria dei Balcani.
E non solo comanda. Il PD di Bersani, nuovo a tal punto che riconferma tutti i dirigenti delle passate edizioni di “Come ti scendo sotto il 20% unendo due partiti che insieme valevano il 40%", tra cui Violante (Violante! Quello che ha appena candidamente affermato che democrazia e legalità sono due cose diverse, da non confondersi, etc) e Fassino (Fassino!), lo manda a risolvere la grana Vendola.
In Puglia Vendola, nonostante i guai della sua Giunta, ha governato bene ed è uscito da tutte le inchieste. Bene. Dice di volersi ricandidare, perché vuole concludere il lavoro iniziato. Benissimo. Dice che, se deve fare accordi con l’Udc perché il Pd l’ha fatto o lo sta facendo ovunque in Meridione in vista delle prossime Regionali, lo faccia pure. Lui ci ha provato, ma l’Udc ha chiesto al PD la sua testa, quindi. Quindi, dice Vendola, se volete proporre un candidato migliore di me, bene: Primarie, e vediamo che succede.
Il PD sente la parola Primarie, e mette mano al portafoglio: scherziamo?
Così mandano in Puglia il Wolf di Gallipoli, che bussa alla porta e dice: “Buongiorno, sono D’Alema, io risolvo problemi”. Bene, dicono in Puglia, qual è la soluzione? Semplice, dice lui: candidiamo Michele Emiliano, dalemiano e primo sponsor politico di Vendola, sindaco di Bari eletto anche grazie all’Udc. Così alle Regionali c’è anche l’Udc e vinciamo.

A Bari trasecolano: ma sei scemo? Vinciamo Bari in un’elezione in cui abbiamo perso tutto, è una specie di miracolo che si regge su equilibri da trapezista, e smontiamo una Giunta col rischio di perdere città e Regione in un colpo solo?
Poi, impietosi, i giornalisti gli chiedono del Lazio, e D’Alema-Wolf risponde con sorrisetto sardonico: io vedrei bene Zingaretti. A Roma trasecolano: ma allora è vero che sei scemo! E qui, dopo aver perso Roma e aver appena fatto cadere il Lazio, adesso rischiamo di giocarci anche l’unico che ci è rimasto, Presidente della Provincia di belle speranze?
Un elettore PD che, dopo aver appreso cosa ha combinato il suo partito non andando a votare la fiducia contro lo scudo fiscale due volte di fila, dopo aver visto Violante e Fassino con incarichi nel partito, dopo aver annuito seriosamente alla colossale imbecillità di Bersani e Bindi (secondo cui le manifestazioni si fanno in casa, sennò si perde in prestigio) si trova a osservare il gruppo dei vendoliani sgretolarsi alla pressione di Wolf-D’Alema che, a colpi di vere e proprie insostenibili cazzate, col curriculum di amarissime sconfitte che si ritrova, convince tutti che alle Regionali si vince solo con l’Udc.
E quel che è peggio è che nessuno si chiede: ma che cazzo di senso ha allearsi con Casini? E se anche si vince, cosa che non è affatto detta, poi, scusate, ma chi governa?

giovedì 26 novembre 2009

Strepitoso articolo di Sandra Amurri

Strepitoso ritratto di Sicilia, tra mafia e politica ma anche di dignità e aristocrazia d'altri tempi, quello che Sandra Amurri fa di Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D'Alì Solina, senatore del PdL ed ex sottosegretario agli Interni (memorizzate: Ministero dell'Interno). La signora, che ha poi ritrattato l'intera intervista rifiutandone i contenuti, rischia parecchio. Spero che serva a qualcosa segnalarvi la sua storia, perché possiede chiavi di comprensione da romanzo, per letteratura o per cinema (almeno per l'atmosfera gattopardesca che si respira) e perché è bene che la vicenda D'Alì non venga seppellita dal solito circo di smentite e controsmentite, strepiti e pericolosi silenzi.

La politica nella terra di Cosa nostra,
parla Maria Antonietta Aula,
ex moglie di Antonio D’Alì

di Sandra Amurri
Il Fatto Quotidiano, 25/11

lunedì 23 novembre 2009

I love Radio Rock


Finalmente l’ho visto. Allora, tanto per cominciare, citiamo la recensione di suevele, che sottoscrivo. E poi aggiungo: godibilissimo e ben scritto, è divertente, a tratti trascinante.

Un po’ perché questa favola rock chiarisce i termini di cosa significa fare un film generazionale: ossia, invece di cazzeggiare serissimi, raccontando una storia in cui tutti quelli che l’hanno vissuta di diritto o di sguincio sono richiesti di parteciparvi emotivamente, pena l’inutilità del film, si racconta ciò che un quadro, un frame di quell’epoca può rappresentare, per dare una propria, partecipata, visione di quegli anni e dei nostri.

Un po’ perché, essendo una favola, sfugge ai cliché e alle semplificazioni: qui c’è un protagonista collettivo, visto con gli occhi del personaggio principale, c’è l’antagonista malvagio, c’è l’ambiente (unico) e ci sono personaggi degni di farci un po’ di letteratura; ma ciò che conta è ciò che accade loro, costruito narrativamente intorno a un plot semplice ma mai banale. Ti si chiede di divertirti, nient’altro, e fa passare l’idea che il regista e gli attori si siano divertiti a girarlo. E quando succede, ne viene fuori un film pienamente riuscito. Da vedere, da vedere.

venerdì 20 novembre 2009

Strane storie di inizio secolo


Mi è tornato in mente in questi giorni, ragionando in termini di acqua e diritti fondamentali (e forse inconsciamente ispirato dalla lettura di 1984 di Orwell). Non so se l’avete visto e comunque se lo ricordate, ma in Strane Storie – Racconti di Fine Secolo (1994) di Sandro Baldoni (regista ex pubblicitario - e sì, il fratello di Enzo) c’è un episodio, quello di apertura, mi pare, in cui c’è Ivano FacciadiGomma Marescotti (che non so perché mi è sempre risultato assai simpatico, con quella faccia da gemello astuto di Bersani) che si sveglia la mattina e scopre che non respira bene. Dopo qualche istante di comprensibile smarrimento, si rende conto che si è scordato di pagare la bolletta dell’aria.

Non svelerò qui il finale, nel caso non abbiate visto il film, che è surreale ai limiti del grottesco (e a tratti geniale), ma inviterei chiunque a immaginare cosa succederebbe se un domani, l’acqua messa a profitto dalla multinazionale con il call center e una rapace rete di venditori/consulenti, ci dimenticassimo di pagare la bolletta dell’acqua.

giovedì 19 novembre 2009

Milano, prove tecniche di regime


Quanto è antipatica la parola ‘regime’, vero? Epperò niente riesce a togliermi dalla testa che l’ondata repressiva sia funzionale a qualcosa. A cosa, non saprei dire. Non mi pare che l’Expo 2015 basti a spiegare tutto questo. Magari me lo spiegheranno i milanesi che passano di qui.

È iniziata tempo fa, con il Cox 18: ricordate, vero, la campagna di sgombero dei centri sociali? Terribili covi abitati da librai e chitarristi. Ecco. Ricordate i ripetuti sgomberi con pestaggio dei “Rifugiati di professione” (così li ha definiti De Corato, che è più stupido che fascista, ed è tutto dire), ossia 300 rifugiati (quindi protetti dallo Stato) che chiedevano il riconoscimento dei loro diritti a procurarsi una casa, un lavoro, o migrare all’estero? Davano fastidio, perché dormivano sulle panchine. Per non parlare delle denunce che si sono beccati gli operai e i ragazzi che hanno spalleggiato il presidio e la manifestazione a sostegno dei lavoratori INNSE. Mesi di lotta, un piccolo successo e poi, a telecamere spente, una raffica di ritorsioni.
L’ultima è veramente grossa: 5 studenti della Statale, definiti ‘anarchici’ dalle agenzie di stampa, sono stati arrestati per “rapina aggravata”. Uno, non incensurato, è in carcere. Sono andati a prenderli a casa, anche quelli che vivevano con i genitori, in 90 tra Polizia e Carabinieri, Digos e Nucleo informativo. Ce n’erano meno alla cattura di pericolosi latitanti.
Ne scrivono tutti, anche il Manifesto, anche Carmilla.
Altro esempio, Giornata per il Diritto allo Studio: il corteo non autorizzato degli studenti del Gandhi (il liceo civico serale che la Moratti, senza alcuna ragione plausibile, vuole chiudere – sgomberati a manganellate da un’altra scuola che avevano occupato) sorprende le forze dell’ordine e sfila da un’altra parte, bloccando il traffico. A manifestazione finita, secondo un copione ormai collaudato, un po’ vigliacco per la verità, ne vengono accerchiati alcuni, che stanno defluendo per tornarsene a casa. Cariche, cordone intorno a una ventina, poi botte, fermi e arresti. Mi chiedo per che cosa. Leggo: “Resistenza a pubblico ufficiale”.
Infine, e questa è la più bella: secondo voi, chi quest’anno prenderà l’Ambrogino, massima onorificenza cittadina?
Leggetelo qui.

Saluti da Pavia / 2

Chi mi conosce dice che leggo troppo spesso il Manifesto e il Fatto Quotidiano per avere una visione obiettiva dei fatti. Bene. Allora adesso vi beccate il Corriere (18/11). L'autore non fa cenno al fatto che Abelli risulta procuratore del conto della moglie, ma è un buon articolo da leggere per chi volesse completare la cartolina.

L’inchiesta - Il re delle bonifiche
«Grossi, un enorme sistema illecito»
I giudici sulla Gariboldi: professionalità criminosa.
Indagini anche sul fronte politico

Di Giuseppe Guastella


Saluti da Pavia / 1

Un'istantanea di che cos'è Pavia, la mia città. Leggetelo, poi mi dite. Da La Provincia Pavese del 17/11.


«Attenti, il Faraone è tornato»
Bagno di folla per Abelli al collegio Cardano
di Maria Grazia Piccaluga

PAVIA. «Questo è il ritorno del Faraone. E saprà distinguere tra amici e nemici». Gli applausi di duecento persone sovrastano la voce ferma di Giancarlo Abelli e rimbombano nella sala gremita del collegio Cardano dove ieri, alle 19, i suoi fedelissimi hanno voluto riunire e ridestare il popolo degli abelliani.
Se voleva testare la fedeltà dei suoi, il Faraone ieri sera ha fatto centro. «La mia prima reazione sarebbe di lasciar perdere ogni cosa ma so che dobbiamo andare avanti. Datemi la forza voi». E tutti in piedi ad applaudire. Ancora e ancora. Quando racconta il «dramma personale per la mia Rosanna che è in carcere» e quando rialza la criniera e ammonisce «chi stasera non c’è, perché forse ha già ottenuto ciò che voleva». E viene naturale guardarsi attorno, contarsi, cercare il volto che manca.
In realtà ci sono tutti, o quasi. Il presidente della Provincia Vittorio Poma che rimanda al mittente qualche voce malevola sul suo conto (proprio ieri si diceva che Giovanni Alpeggiani avesse messo il veto sulla sua candidatura al Pirellone), il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo che si commuove, quello di Vigevano Ambrogio Cotta Ramusino, tutti i “generali” della Sanità pavese (Pietro Caltagirone, Simona Mariani, Luigi Sanfilippo) e anche qualche ex (Elio Guido Rondanelli, Alberto Guglielmo). Consiglieri comunali e del San Matteo (Ettore Filippi, in prima fila, Lorenzo Callegari), assessori provinciali (Renata Crotti, Mario Anselmi, Dario e Ruggero Invernizzi). Molti sindaci del pavese, medici, professionisti. L’avvocato Piero Trivi che rispiega i motivi per cui lady Abelli è «ingiustamente ancora in carcere» e promette che stamattima le porterà la fotografia della serata «per farla sentire meno sola». E poi Marco Bellaviti in ossequioso silenzio. E molta gente comune a testimoniare la solidarietà “al Giancarlo”.
Lui arriva puntuale alle 19. Non per parlare di strategie politiche anche se circolano in queste ore i nomi dei candidati alle Regionali. Il cardiochirurgo Mario Viganò? «Un’ipotesi possibile» si limita a commentare Abelli, al rientro da un vertice milanese con Formigoni, La Russa, Gelmini.
Stringe le mani e si concede un bagno di folla, il primo dopo 27 giorni di solitudine. «In questi giorni ci siamo sentiti tutti un po’ soli...» ammette Abelli e parla di lei. «Sono uscito solo per andare a trovare mia moglie, perché credetemi il mio primo pensiero è farla tornare a casa». Ed è stata Rosanna Gariboldi a spronarlo a uscire dal guscio. «Mi ha scritto una lettera che non ho ancora ricevuto in cui so che mi chiede di non deludere i miei amici. “Non pensare a me che soffro ma sono forte, non chiuderti” mi ripeteva ogni giorno». E così eccolo il vecchio leone. «Non so quando questo incubo finirà, ma so come finirà - dice risfoderando il vecchio piglio battagliero e autoritario -. Ci sono prove nella vita che, per quanto forti e temprati, lasciano il segno. Ma se qualche finto amico pensa che il vecchio leone sia ferito e si senta legittimato a tirargli un calcio, si sbaglia di grosso». Il brusio diventa voce che si alza dalla platea: «Bravo, non mollare». E allora lui si rinvigorisce e incalza: «Beh, sappiate che quel leone è ben vivo e pronto a lottare e che il suo morso è ancora potente. Mi dicono che si preparano piccole e grandi manovre sul dopo-Abelli. Lasciateli fare, li conosco tutti. Che si sentano leoni per un giorno».

mercoledì 18 novembre 2009

Pavia, è cominciata la guerra dell'acqua


Notizia: lo sapevate che la Provincia di Pavia è stata la prima a indire una gara per la privatizzazione dell'acqua? E che la gara indetta dall'AATO non è regolare, perché c'è un unico concorrente (la multinazionale francese Veolia) e non sussistono sufficienti garanzia per la tutela della qualità dell'acqua?
No? Bene, sappiate che si stanno raccogliendo le firme - ed è cosa serissima, e le firme sono tante - per fermare questo scempio.
Le ragioni per firmare sono tante, e le trovate dove volete. Su
Il Manifesto di oggi (il link lo pubblicherò domani) ci sono articoli che spiegano chi è Veolia e cosa fa in Italia (e quali danni ha fatto in Francia).
Per ora pubblicherò questo estratto dall'articolo di Paolo Ferloni e Alberto Ferrari pubblicato su insiemeperpavia.splinder.com che meglio di tutti spiega qual è l'inganno sostanziale dell'affidare a privati la gestione dell'acqua (il grassetto è mio -ndZ).

L’acqua si può considerare il paradigma dei beni comuni: è indispensabile per la vita ma è anche un bene che si può disperdere e deteriorare facilmente. Una volta inquinata i costi per renderla potabile diventano molto alti. Gli economisti classici - meglio sarebbe chiamarli conservatori alla luce degli studi della Ostrom - sostengono che la gestione dell’acqua dovrebbe essere affidata al libero mercato, perché essa avrebbe valenza economica e solo trasformandola in una merce (per consumarne di più occorre spendere di più) si può raggiungere una efficienza gestionale ed un equilibrio tra domanda ed offerta, evitando gli sprechi.
Essi sembrano dimenticare che il mercato per definizione vive sull’incentivazione al consumo e non viceversa. Tale approccio porterebbe a trasformare l’ acqua in un bene scarso per i poveri e abbondante solo per chi può permettersi di spendere di più, come di fatto già avviene in gran parte del mondo con gravi conseguenze, come malattie, malessere e rivolte sociali.
Chi già venti anni fa ha affidato la gestione dell’acqua al privato, come in Francia, ora, di fronte a tariffe sempre più alte e a gestioni non proprio virtuose, sta facendo rapidamente retromarcia. In questi giorni il sindaco di Parigi sta disdettando i contratti ventennali in scadenza, in modo che la città possa riappropriarsi della gestione dell’acqua.

Semplice, no?
(Le informazioni per firmare, sul blog di insiemeperpavia)

martedì 17 novembre 2009

Ze City aderisce al No B. Day


A Ze City, città resistente, l’assemblea cittadina ha deciso di aderire al No B. Day. Ecco le ragioni.

All’inizio ero perplesso. Come davanti a una cosa che potenzialmente può darti sollievo – un urlo liberatorio in compagnia per dire che è persona indegna e per chiederne le dimissioni – ma che sai che può essere ancora più frustrante.

Non servirà a niente, perché non si dimetterà mai. Ma renderà visibile un’opposizione vera. Scendere in piazza per chiederne le dimissioni è un dovere. Avrebbero dovuto farlo i partiti. Ma solo Prc e Idv l’hanno fatto. E, per motivi diversi, inascoltati.

Chi va e chi no. E chi se ne fotte. Ho fastidio da sempre per l’Idv e Di PIetro, e non sempre li ascolto volentieri. Anche se, per esempio, vorrei sempre avere De Magistris dalla mia. Il fatto che aderiscano, un po’ cavalcando, è nell’ordine naturale delle cose. Ma in generale non me ne fotte niente di chi partecipa: c’è gente che chiede le dimissioni di B. e tanto mi basta.

E se fossimo troppo pochi? Inutile parlare di numeri: anche ci fossero tre milioni di persone, la Questura e il Governo diranno che erano diecimila organizzati dall’estrema sinistra. Solo per questo, il PD dovrebbe partecipare in massa, attivamente, e chiedendo contemporaneamente le dimissioni del Governo in Parlamento. Ma Bersani dice che deve vedere prima quali sono le "parole d'ordine".

Infiltrati. Il fatto che possano esserci infiltrati non è un rischio, ma una certezza. Avete idea di quanta Digos sarà mobilitata? Senza contare che, se le premesse portano a prevedere una manifestazione imponente e ben riuscita, in piazza succederà sicuramente qualcosa. Più promette bene, e più c’è la possibilità che il Governo provi a fare il trappolone. Suggerirei ai negozianti di rimanere a poca distanza dalla vetrina, muniti di macchina fotografica.

La prova decisiva. Arriva oggi, l’idea. Apprendo che due furbastri hanno deciso di organizzare, stesso giorno stessa ora, il Sì B. Day. Non ho riso per niente: è come scegliere deliberatamente di tirar fuori i ceffoni alla gente. Anche se è una pagliacciata, si porteranno la claque e la polizia. A questo punto, aderisco, perché preferisco stare dalla parte di chi ha bisogno di essere difeso. Perché vogliono lo scontro. Perché vogliono un’occasione per strumentalizzare, e quando partiranno i ceffoni diranno “Mamma Stato, mamma Polizia, sono stati loro gli sporchi i brutti i cattivi”. Che lo facciano: stavolta, a Ze City, saremo sporchi brutti e cattivi. Come Costituzione comanda.

venerdì 13 novembre 2009

Animo, Bersani! L’opposizione è scontro, non confronto


Lettera da un Cipputi qualsiasi - di Armando Barone

Eh no, caro Bersani, cominciamo male. Lei mi parla di “confronto” per allontanare lo spettro del veltroniano “dialogo”. E visto che le parole sono importanti, dato che la stampa si affanna a darle credito come autore della cesura tra la sconfitta e la ricostruzione del PD, le rispondo: il confronto non mi basta. Se davvero ha in animo di mettere il lavoro al primo posto, se davvero vuole tornare all’azione parlamentare, caro Bersani, la parola giusta è “scontro”.
Qual era l’errore di Veltroni (e più ancora degli elettori del PD, chissà perché innamorati della sua faccia colta e dei suoi accenti kennedyani – pazzesco, ne convengo, ma guardi che gli elettori sono disperati)?
Pensare che essere moderati significasse essere ragionevoli, offrire il dialogo; così poi, dichiarato impossibile il dialogo con quella destra, si potesse dire “beh noi abbiamo la coscienza a posto”. Pensare che essere dialoganti avrebbe dato un’identità al PD agli occhi dell’elettorato, l’avrebbe reso distinguibile dalla morchia abbaiante della destra; che sentirsi e affermarsi diversi desse in pasto agli affamati d’opposizione bocconi di svolta, antipasti di un governo di svolta; che il vostro partito avrebbe preso forma e coesione intorno a questa svolta.
Nel mio lavoro la chiamiamo campagna immagine, caro Bersani. A casa mia, invece, si dice essere dei gran paraculi.
E ora le spiego perché lei, ben più serio e concreto di Walter l’Africano, stia compiendo esattamente lo stesso errore. La differenza che vuol fare lei, Bersani, è di riunire le opposizioni e riportarle in Parlamento – dopo l’osceno balletto della fiducia che non siete andati a votare per ben due volte, è impresa ardua, ne convengo. Così crede di recuperare consenso. Se la strada è il confronto, è la strada sbagliata: confronto presuppone che ci sia un interlocutore, un terreno, delle argomentazioni.
L’interlocutore: no, ma veramente nel PD c’è ancora qualcuno che crede che queste destre siano un interlocutore? Se sì, guardi, glielo dico con sincerità e senza astio: cambiate mestiere. Ha presente chi è Giovanardi? Brunetta? Ghedini? Li conosce? Come fa a frequentarli? Io avrei paura di incontrarli in un vicolo buio. Ma non perché ho paura di loro, ma perché non mi fiderei di me stesso. E se poi mi viene voglia di sputare loro in faccia? Di tirar loro un ceffone? Brutta cosa, sprecare la mia buona educazione così.
Dirà lei, va beh, ma la politica è questa. Si va in Parlamento per questo. Ecco, proprio qui volevo arrivare. Il terreno di confronto: ma lei veramente crede che queste destre, che le leggi se le scrivono in villa e tutto il resto, vengano in Parlamento ad amministrare il Paese? Forse gli aennini, ma guardi, sono pochi e sono ostaggi. Qualche Udc, possibile. Pochini, no?
Argomentazioni: ma veramente lei crede che si possa argomentare qualsiasi proposta di riforma istituzionale con questa gente, e a parlamento svuotato, e senza un cazzo di euro per farla? Lei davvero crede che si possa governare un Paese con un’evasione fiscale e un sommerso criminale che vale il 30% del Pil? Anche se vinceste dieci elezioni di fila, non potreste emanare una sola, maledetta, fottuta legge con copertura finanziaria, senza mettere mano a questa enormità. E per questo lo dico a lei: ma l'economia non è il suo terreno? Come fa a non rendersi conto della situazione? E guardi che per legge intendo qualcosa che serva, non le pagliacciate di Berlusconi. Di fronte a questo, la vostra iniziativa è paralizzata. Nessuna legge è possibile senza soldi, senza Parlamento, senza un interlocutore che abbia voglia di governare.
No, Bersani, guardi. Lasci perdere il confronto. Qui ci vuole lo scontro. Il suo e vostro errore più grande, eredità di Veltroni e di Prodi, è stato quello di rimuovere l’esistenza di qualcosa che si chiama conflitto sociale e che lei dovrebbe conoscere bene. Non le sue cause, ché l’analisi avrebbe prodotto l’alternativa che non c’è, che non siete, e che non sarete. No, altrimenti saremmo già un passo avanti.
Non avete capito che questa è l’era dei conflitti, in cui le destre terrorizzate dal perdere un capo populista che vale il 35% alle elezioni, a sua volta terrorizzato dalla Giustizia che chiede il conto delle sue azioni, è andata all’attacco di tutto – e gliel’avete lasciato fare. Non lo neghi, per favore. Ricordo ancora il Veltroni in malafede rintronare chiunque con la storia del voto utile, una menzogna degna della peggiore destra d’apparato. Vi ha fatto comodo togliervi i comunisti dai coglioni. Anche se credo perfino Prodi possa avere avuto qualche dubbio su Mastella (Mastella!) e Dini (Dini!).
Padroni contro lavoratori, Esecutivo contro Giudiziario, Potere economico contro informazione. Tutti contro gli immigrati. Polizia e Carabinieri contro chi guadagna come loro e porta avanti lotte anche per loro. Continuo?
Non potete stare a guardare, dicendo: “Le manifestazioni si fanno insieme”, “La sede del dibattito è il Parlamento”, “Le riforme si fanno se sono serie, se no non ci sediamo al tavolo”. Non mentre la domanda disperata di opposizione, il grido feroce della coscienza civile vi sovrasta. Che cos’è questo, se non fare un nuovo, più sofisticato, Aventino?
Bisogna rimettere mani alla piazza, anche con Di Pietro e anche con la Cgil. Bisogna andare davanti alle fabbriche al fianco della Fiom. Stare coi volontari delle associazioni che difendono i migranti dallo sgombero. Dimostrare solidarietà ai magistrati, andarlo a spiegare in piazza, non solo in tv, in cui passa qualsiasi cazzata si dica. E il Parlamento, se gli altri non ci vanno, occupatelo. Occupate la Rai. Rischiate la faccia, rischiate il manganello, rischiate di sporcarvi le mani.
A la guerre, Bersani, o non morirà solo lei, i suoi, il partito. Morirà il lavoro, e la dignità faticosamente conquistata in cento e più anni di lotte operaie. Moriranno i tanti Cipputi come me, che non sono solo operai ma la dispersa e varia forma dei lavoratori disperati, e che non vi voteranno mai finché vi renderete complici della morte per asfissia della Repubblica.

mercoledì 11 novembre 2009

Paolini, La7 e la vescica di Aldo Grasso


Oggi mi occupo di cose inutili: Aldo Grasso. Indiscusso guru della critica televisiva, dalle prime pagine de Il Corriere ci ha abituati a severe lezioni di stile. Il suo, naturalmente. Non mi azzardo a mettere in discussione la sua mostruosa competenza, ci mancherebbe. Discuterò invece il suo pezzo di oggi dedicato allo spettacolo di Marco Paolini, titolo “Miserabili”, rete La7, in onda domenica sera.
Leggetelo, è un capolavoro. Un capolavoro fortunatamente breve. Premesso che ho visto lo spettacolo, e ne scriverò presto in un post, lascio ad altri il compito di commentare in modo più intelligente (per esempio Norma Rangeri, su Il Manifesto di oggi): qui mi interessa sottiolineare due passaggi, a mio parere, illuminanti.
Grasso scrive: “Da un po’ di tempo (…) Paolini cede alla predica: fra le righe (ma anche fuori), vuole impartire lezioni di eco¬nomia («non è la democrazia che ha tirato giù il muro ma il mercato, il consumismo»; e se anche fosse?)”. E poi: “Intimorisce gli spettatori con citazioni di Margaret Thatcher, fa sentire il peso della nostra ignoranza citando il principio di indeterminazione di Heisenberg e chiedendo agli spettatori cosa sia l’entropia”.
Brutta cosa, diventar vecchi. Perché non trovo altra spiegazione a questo livore imbecille. Cosa ha dato fastidio a Grasso?
Uno: lezioni di economia (!) non sono, giacché il passaggio era brevissimo e serviva per introdurre, a partire dal muro, il contenuto della sua riflessione, ossia che, in quel passaggio storico, disamorandoci della società e ragionando sulla modernità d’accatto, ci siamo persi qualcosa. Diventar ricchi, perché? Prima o poi bisogna morire, no? Non sarebbe meglio accumulare meno, e rientrare nella società? Spunto di riflessione che non può essere sfuggito, al Guru. Ma si vede che, per la critica, era meno importante.
Due: “E se anche fosse”, Grasso? Se anche fosse, quel cazzo di muro non ha fatto crollare un’ideologia perché ne trionfasse un’altra, ma ne è nata una terza che ha soffocato entrambe: il dio mercato. E nei giorni in cui l’idolo è caduto e i suoi profeti tornano a parlare di Stato, è un tantino attuale, ricordarlo.
Tre: “intimorire” con una citazione? Come fa una citazione, e una citazione come quella, a intimorire? Tanto più che il suo discorso, Paolini, lo costruisce come un dialogo tra lui e l’eredità del thatcherismo. Ed è talmente accessibile che è riuscito a farcelo capire a tutti quanti. Stesso si dica di Heisemberg e di entropia, e termodinamica. Neanche io me li ricordavo (avevo quattro in Fisica), ma in quel momento l’attore è l’interprete che cerca il dialogo con lo spettatore. Il metalinguaggio, Grasso: teatro nel teatro. È banale. Paolini ha usato un espediente funzionale a catturare l’attenzione e a spiegare la sua interpretazione, venata di humor, per farci comprendere il passo successivo, e anche il finale. Ma tutte queste cose le sa di sicuro, Grasso. Potrebbe insegnarcele lui. Quindi, ci sarà dell’altro.
E invece, quattro. In cauda venenum, scrive ancora: “Ovviamente, tutte queste teorie e tutti questi sermoni della montagna vanno a scapito dello spettacolo. Se solo Paolini accettasse le interruzioni pubblicitarie, imparerebbe ad asciugare di più le sue storie, a riflettere sull’importanza del ritmo in tv”.
Ah! Adesso l’ho capito! Sta tutto qua: lo spettacolo è lungo, non ci sono le pause per andare, che so, a pisciare, a prendersi un grappino dal mobile bar, a veder se piove che ho steso fuori. Cose così. Ritmo in tv? Ovviamente, Grasso, questa non è tv. è regia televisiva di uno spettacolo teatrale. Dunque il ritmo è teatrale. E se è La7 a far servizio pubblico al posto della Rai, bisognerebbe esserne, quanto meno, un po’ contenti. Ma lui, no. Vuole gli spot. Se no, a cosa serve la tv? A educare? A rendere accessibile a tutti uno spettacolo che forse non passa proprio vicino vicino a casa? Via, quella è roba vecchia. Adesso è la velocità che va di moda. La tv si fa così: ritmo! Ritmo! Ritmo! Se no, la vescica preme e provi quel fastidio per le cose lunghe che provano i vecchi. No, non gli anziani. Proprio i vecchi. Come Grasso: non ha tempo di fare il critico, lui, deve scrivere venti righe sulle pagine de Il Corriere per condividere con noi la tensione che gli provoca la vescica.
E fanculo Paolini: tanto all’inizio l’ha scritto che è bravo, no? E infatti, lo è stato, almeno fino a quando al sommo critico gli ha tenuto la vescica.

Ps. Grasso, un consiglio: lo videoregistri, lo spettacolo. Io l’ho fatto, e mi sono alzato anche per prendermi cantucci e Zibibbo. Sa come s’accompagnano bene con Paolini?

martedì 10 novembre 2009

Mio nonno si chiamava come me

Da Trentarighe novembre. Tema: Crisi. In foto, James Mason che, secondo me, ha qualche lontana somiglianza con il nonno di cui porto il nome.


Mio nonno si chiamava come me

Mio nonno aveva la licenza elementare. Da ragazzo era andato garzone da uno che faceva valvole per le radio, ed era diventato bravo. Capofficina, in tuta dalla mattina alla sera - il vestito buono la domenica per andare a messa, e poi a ballare.
Quando conobbe mia nonna pensava già a mettersi in proprio. Fu il suo padrone a incoraggiarlo: sei bravo, onesto, mica ti puoi sbagliare. Così si fece prestare i soldi e aprì un’officina che faceva parti per transistor, componentistica di precisione: si era fatto costruire una macchina disegnata da lui, che tagliava i pezzi come nessun’altra. Venivano dall’America a vederla.
Quando si sposarono, mia nonna faceva la modista per le signore bene. Si offrì di pagare casa e mobili a metà. Nonno tentennò, poi comprese: avrebbe saldato i debiti e ne sarebbe avanzato per l’avvenire.
Lavorava fino alle otto di sera, era onesto e aveva idee chiare. Ogni anno con quello che guadagnava ingrandiva l’officina e ammodernava le macchine. Pagava puntuale lo stipendio ai suoi dipendenti, né tanto né poco – quello che permetteva loro di fare quello che aveva fatto lui.
Ogni tanto, dopo cena, andava al caffè. La domenica portava mia nonna all’Opera. Cantava anche in una corale, con una bella voce tenorile. Fece studiare le figlie. Comprò il frigorifero e il televisore. Portò la famiglia in vacanza. Venne anche il momento in cui riuscì a comprare una casa al mare.
Era un uomo che sapeva far funzionare la vita come uno dei suoi magnifici transistor, ogni pezzo tagliato meglio di quello prima. Vide guerra e miracoli, pane duro e carne in tavola, biancoenero e colore. Non so quali domande si fece, quali risposte si diede. Il suo sguardo limipido, nelle foto, non rivela nulla.
Quello che mi fa incazzare è che per un uomo come lui, domani, non ci sarà posto.

Grand Theft Auto for Real

Visto che sono rimasto in arretrato con le sciorstoriez, ecco quella per Trentarighe ottobre. Tema: Animatore.


Grand Theft Auto for Real

Torsten dall’auto rubata nemmeno era riuscito a scendere. Il primo sparo lo aveva fatto sussultare così forte che si era morso a sangue la lingua, e per poco non si spezzava la mano contro la portiera. Teneva la testa contro lo sterzo, le ginocchia al petto impedite dal volante, mentre i finestrini esplodevano e grandinavano i colpi, schianti di sotto e sopra schiaffi di schegge. Ogni centimetro di muscoli tendini e cartilagini impegnato a sottrarre la carne ai proiettili –piccolo, più piccolo, invisibile, intoccabile. Fino a che un botto assordante sollevò tutto e fu un silenzio irreale, prima che la carcassa ricadesse sul suo metallo.
Pazzesco, solo quello gli faceva male, nella testa. Gnic gnic gnic. Non le urla, l’asfalto, il coltello davanti all’occhio. Non Becker che gli gnignava in faccia: “Ti sei pisciato addosso, cazzone!”. Non il puttan tour strafatti di coca, la caccia alla nera. Non gli stracci col vetro dentro dei Gladiatori nell’arena. Non il gioco del dentista, come Il Maratoneta. Non il manganello Svedese faccia d’angelo e culo da femmina. Quando fai questo mestiere e vuoi sistemarti, vuoi tanti soldi che parti e non torni più, che i documenti te li cancellano e neanche tua madre sa più chi sei, non te ne frega niente. Sopravvivi, dimentichi. Gnic gnic gnic.
Becker l’ha fatto. Becker c’è riuscito. Becker è pure tornato e ha messo su l’impresa. Cerca lepri. Gente che gli faccia i festini con le emozioni forti, per gente che ha i gusti particolari. Becker ha i nastri, li tiene tutti per le palle. Se muori, Becker li butta fuori e si tiene i soldi. Fine dei giochi. Le lepri sono preziose. Le lepri costano.
Ora che si lava il sangue con le dita in bocca, Torsten pensa che con tutti quei soldi minimo si compra una camicia come Steven Seagal nei film americani.

lunedì 9 novembre 2009

Da grande voglio fare l’Auror


E c’erano dubbi? No. Esco da Hogwards anch’io, alla fine, come i maghi ragazzini, che diventano maggiorenni a diciassette anni. Non male per uno che ieri ne ha compiuti uno più del doppio. Del resto, io sono sempre un po’ tardo, con queste cose. Ero ancora in saatchi quando giravano i primi, e qualche collega se li portava in tram anche in lingua originale. Mi dicevo massì poi lo leggo, ma non era il momento, non il mio momento, almeno. Poi qualche settimana fa ho cominciato il terzo e non sono riuscito a smettere. Dannata (e brava) Rowling: il magico separato dal reale per un sottile diaframma, l’eterna lotta tra il bene e il male, l’eroe che è un prescelto dal male, quasi per caso insomma. Lo humor come motore dell’azione. E poi gli adolescenti, che son sempre più interessanti degli adulti. Volare sulla scopa e il gioco del Quiddich. Un sacco di cose.
Più di tutto, però, la Resistenza. Il potere di cui non fidarsi, i buoni (che sbagliano, e hanno il coraggio di farlo) sono a scuola, mica al Ministero. L’amore come arma, forza trascendente nell’ordine delle cose. La tirannia del male che brama il potere ma non ha memoria – per cui soccombe. È una guerra e il maghetto la combatte a modo suo, con gli amici che non passano affatto come scudieri, anzi. Con gli adulti che insegnano, ma non solo: gli sono compagni. Insomma, mica solo incantesimi e bacchetta.
E d’accordo che volevo abbandonarmici, ma così ci sono rimasto anche un po’ dentro. A cercare qualcosa che avevo perso. O che ho trovato ma non so vedere. E che alla fine mi servirà, se davvero anche in questo mondo s’ha da combattere le Arti Oscure.

mercoledì 4 novembre 2009

QUALCUNO SA DIRMI COME SI FA A CONTATTARE LA REDAZIONE DI CARMILLA, O QUALCUNO DEI CARMILLI, MAGARI VIA eMAIL?

Mi sembrava di ricordare un editoriale in cui si diceva che Carmilla non pubblica materiale non richiesto. Sono andato a controllare in Rete: non trovo nulla. Poi ho cercato indirizzi, ma ancora nulla. E non mi pare neanche strano: sai quanta gente come me userebbe quell'indirizzo per uno stalking letterario? Epperò almeno ci provo.
Appello: Carmilli in navigazione, potreste lasciarmi un recapito? Oppure: leggete il lungo e noioso articolo della mia blogzine di ottobre 2009 e mi dite se interessa? Se serve pubblico il mio indirizzo e-mail (cosa che in effetti non ho mai fatto).
Affido il messaggio alla corrente di gùgol (con Alessandra Daniele aveva funzionato) e attendo. ze

Gran Tazze di cazzi miei


Vigorilla
A voi lo posso dire, sì. Di tanto in tanto in questi giorni faccio uso di un’antica pozione curativa per tenermi insieme i pezzi. Avete presente la Vigorilla, quella di quando si giocava a D&D? Ecco, il funzionamento è lo stesso. Sei pieno di lividi, graffi e tagli dopo aver attraversato la lettura mattutina delle Notize Malvagie? Hai riportato una brutta Ferita Astiosa cercando di liberarti dai lacci incantati della Noia Lavorativa? L’ascia bipenne fabbricata dai Mapòrc mena miagoliii frustrati invece che fendenti imprecazioni, l’arco di Èchecaz è mollo, e non scocca più velenosi strali? Lascia perdere il Dungeon Master. Ti rintani nel tuo angolo e giù una poderosa sorsata. Punti vita quanto un tiro di dado, e via.

Erripotter
La lettura meriterebbe un post a sé, ma uno degli ingredienti della mia personale vigorilla è precisamente la saga del maghetto. Dannata Rowling, non si può smettere di leggerlo. Più che altro, è ottimo come balsamo anti-incazzatura. Ti chiudi dentro la Stanza delle Necessità di Hogwards con la bacchetta in mano e, insieme agli amici dell’Ordine della Fenice, li schianti tutti. Padroni, banche, filibustieri dell’informazione. Un toccasana.

Numero Due
Numero Due (che adesso ha anche un nome, ma, come il Normannino, ha il suo doppio qui a ze City) caprioleggia e fa i ponfi sulla pancia. E di nuovo, quella netta sensazione di essere impreparato, terribilmente impreparato all’idea che sarà un individuo, animaletto intelligente che farà di padre e madre e adesso anche del fratello il suo nutrimento per gli anni a venire, e che rielaborerà a suo modo, ancora diverso dal Normannino (Cazzo! Un Altro Modo! Diverso! Nuovo!) nasi capelli modi di parlare lettura del mondo piedi sbagli nostri. Di nuovo e differentemente me stesso e anche di più, sarà lui e lui per me e sarò io per lui. Cazzo che bellissimo casino. Non ci capirò mai nulla e forse è meglio così.

La capa mi si fa rezza
L’ho detto, lo ripeto. È tutto uno scontro, e non so neanche da dove cominciare. Anzi, sì lo so: mi faccio perquisire.

(…)
Era è uno stato regresso tentato dal sesso bendato,
bombardato dal degrado più di Belgrado dalla NATO.
Uno stato in crisi invaso da invasati invisi al Vaticano.
Coppie di fatto che stroncavano i patti fatti al Laterano
Mentecatti blateravano contro noi in ogni forum.
C'era una sola soluzione come per il Gollum
e bang bang bang bang! 4 colpi al quorum.
Riposi in pace il referendum in saecula saeculorum.

Scomunicammo in nome di Dio
un libro di Dan Brown sul priorato di Sion
dando l'avvio ad un'era di messa a morte
da Crozza ad Andrea Rivera passando per Harry Potter
e fu un brusìo di volantini sovversivi
fummo costretti ad adottare metodi repressivi
quindi fiato sul collo!
C'è la galera per chi porta le tasche
perchè nelle tasche non c'è controllo!
(…)
l'unica Libertas è quella che sta sullo scudo crociato.
Ripetiamo: In nomine Libertatis vincula edificamus
In nomine veritatis mendacia efferimus.
(…)
Fratello tu non mettere le mani in tasca,
le mani in tasca le mani in tasca

(Le dimensioni del mio caos, Caparezza)

martedì 3 novembre 2009

Normanni al telefono


Casa risponde al terzo squillo.
- Ciao!
- Pro… ciao, Faccione. Ma rispondi tu, al telefono?
- Sì! Che ore sono?
- Eh? L’una, perché?
- Sono già le sette e mezza?
- Eh no manca ancora un po’.
- Perché la mamma dice che torni alle sette e mezza…
- Sì, è vero, torno stas…
- E quando sono le sette e mezza?
- Questa sera.
- Non adesso?
- No…
- Io vorrei che fosse adesso.
- …