Uno stralcio da questo articolo di Repubblica Milano. Il vicesindaco De Corato, quello che ha definito "rifugiati di professione" oltre 200 migranti (famiglie intere) con lo status ufficiale di rifugiati (nei loro confronti lo Stato italiano, cioè noi, è inadempiente) che dormivano nei parchi o peggio, quello che li ha sgomberati malmenati e privati dei loro diritti di richiedenti asilo per braccio della questura, manda una sorta di corpo speciale di ghisa (vigili urbani) sui tram a identificare i 'clandestini' (che spesso clandestini non sono). I 'rei' vengono trasportati in centrale a bordo di un pullman con le grate, come i cellulari di Scelba. Il tutto per mera pubblicità elettorale al Comune e al suo credere obbedire combattere per la tolleranza zero.
Ne esce questo edificante ritratto.
Ci si apposta alla fermata, si chiedono i documenti agli stranieri e se non li hanno li si carica sul "bus-galera". È lo stesso tipo di autobus usato per scortare allo stadio i gruppi ultrà. Gli agenti lo chiamano "Stranamore", "perché ricorda il camper su cui Alberto Castagna negli anni Novanta faceva piangere gli innamorati in tivù", ride un agente. Sulla strada del ritorno, a operazione conclusa, Stranamore è accompagnano da quattro auto dei vigili, che con sirene accese bruciano i semafori per portare il carico alla centrale. Quando alla fermata del tram 15 in via De Missaglia scatta la "tonnara" — sempre stando al gergo dei vigili — sono le sette e mezza. Il tram si ferma, gli agenti bloccano le uscite. Per primo tocca a un ragazzo nordafricano (...).
mercoledì 30 settembre 2009
lunedì 28 settembre 2009
Se non vedi non credi (aspettando il 3 ottobre)
Allora, va bene, volevo scrivere di mille cose e alla fine non l'ho fatto. Un elenco sommario: la puntata sulla distruzione programmata del nostro patrimonio culturale (Rai 3, Presa Diretta, Riccardo Iacona), Berlusconi e Miguel Mora più Brunetta più Feltri più quel cane da catena di Belpietro ad Annozero (Rai 2), gli esperimenti di controllo sociale in Abruzzo, l'omicidio Alpi/Hrovatin e le navi di rifiuti tossici (gli stessi che stanno avvelenando i ragazzi delle scuole di Crotone - Il manifesto e il Fatto Quotidiano), l'intervista bignarda a Roberto Saviano (che Chiunque lo conservi così com'è, non oso chiedere altro - Rai 2, l'Era Glaciale), i processi Dell'Utri e Mario Mori (un po' ovunque).Alla fine mi sono sfogato rispondendo a Stefano Pallaroni, sul suo blog Condivisioni. Se volete continuiamo lì.
Dimenticavo Edvige
What a lovely day
venerdì 25 settembre 2009
TELE KABUL
Non so se faccio bene a scrivere della morte dei militari italiani. Sull’informazione e la colossale, indegna ipocrisia del videolutto nazionale (ancora tv del dolore, ancora retorica dellla patria, ancora il vizio di dividere il mondo in buoni e cattivi per il gusto di ascriversi ai buoni), non mi pronuncio neanche. Non vale la pena.
Neanche la storia dell’omelia di Don Giorgio De Capitani mi interessa: un prete incazzato che arringa i suoi fedeli per svegliarne le coscienze dovrebbe essere normale. Qual era il problema, che ha usato le parolacce? D’accordo o meno, sui contenuti uno può discutere all’infinito: era precisamente questa, l’idea. Lascio anche perdere, questa volta, la vigliacca e grottesca uscita di Bossi: non è la prima volta che usa la pelle di qualcuno per fare campagna elettorale, fa schifo e basta. La tentazione è addirittura quella di rimuovere l’accaduto. O direttamente lui, dipende.
Però lo spettacolo orrendo che la videocrazia italiana ha messo in scena fa accapponare la pelle, e per difendersi uno deve passare in rassegna le proprie convinzioni. Per esercizio del cervello, aggrappato al raziocinio in una tempesta di ignoranza fascistoide, annoto.
Uno. Non sarebbe neanche da dire, ma è ovvio che i soldati sono morti facendo il loro mestiere. La mia sensibilità dice ‘dolore per i familiari’, ma mica solo italiani. Che in un’azione di guerra muoiano persone fa male - americani italiani afghani russi o giapponesi, militari o civili, che differenza fa. È triste lo stesso. È egualmente un’abiezione con cui fare i conti.
Due. I soldati italiani sono soldati. Non eroi. Non sacrificano la vita difendendo i patrii confini dall’oppressore. Certo che il loro lavoro sarebbe quello di essere al servizio dello Stato, ossia dei cittadini. Ma non è così: sono al servizio del Governo, che non è lo Stato anche se lo rappresenta. La differenza è fondamentale: i governi dal 2001 in poi, avallati dalle forze parlamentari, hanno scelto la risoluzione non diplomatica di un conflitto, creato dal più potente alleato e persino avallato dall'Onu, in qualità di Paese oppressore e aggressore. La nostra Costituzione, ossia ciò che rende lo Stato una comunità di cittadini uguali dinanzi alla legge etc etc, lo vieta esplicitamente.
Tre. Il Governo, e i governi precedenti dal 2001 in poi, hanno deciso in nome del popolo italiano che i soldati debbano andare in guerra in Afghanistan. Tradendo lo spirito su cui si fonda lo Stato. Chi li ha votati e fatti eleggere? La maggioranza degli aventi diritto. L’opinione pubblica, se avesse un’opinione, avrebbe dovuto sconfessare questa scelta, almeno al momento di votare. Non l’ha fatto. Ne consegue il punto quattro.
Quattro. In Afghanistan è in corso una guerra - persa in partenza - decisa da un branco di avidi e fanatici fascisti contro altri avidi e fanatici fascisti per l’espropriazione di risorse energetiche, ossia per il potere internazionale. Chi serve l’esercito, allora? In Afghanistan, in Libano, in Iraq, l’esercito serve e protegge il Governo, le Forze militari internazionali, le elite economico finanziarie legate alle forniture militari, i Servizi e se stesso. I cittadini italiani, si direbbe proprio di no. Nessuno ci ha chiesto, al momento di votare: allora, vi va di ingrassare Dick Cheney, la lobby delle armi, la lobby dei ricostruttori, di ammazzare un bel po’ di gente e andare a conquistare un paio di oleodotti?
Cinque. È solo stupido pensare in termini ‘si vis pacem para bellum’. Perché la guerra, e i soldati lo sanno meglio di chiunque altro, è una cosa stupida. Sarebbe intelligente fare istruzione e contribuire a dotare un Paese straniero di infrastrutture che permettano di riprendere a produrre ricchezza – cosa che finché c’è la guerra non si può fare. E non lo può fare chi la guerra la porta. Così difficile da capire?
Sei. A questo punto, però, dovremmo averne veramente i coglioni pieni. Di tutta la faccenda. Delle menzogne che ci rovesciano in faccia. Del fatto che si neghi l’evidenza: l’Italia è in guerra, la guerra è una cosa stupida, i soldati sono pagati per fare una cosa stupida a rischio della vita, per giunta in nostro nome. E in nostro nome questa cosa stupida uccide centinaia di migliaia di afghani. Ognuno di noi, guardando in faccia i familiari delle vittime di tutte le parti, dovrebbe provare, oltre alla tristezza, almeno una buona dose di vergogna. Merce alquanto rara, di questi tempi.
Neanche la storia dell’omelia di Don Giorgio De Capitani mi interessa: un prete incazzato che arringa i suoi fedeli per svegliarne le coscienze dovrebbe essere normale. Qual era il problema, che ha usato le parolacce? D’accordo o meno, sui contenuti uno può discutere all’infinito: era precisamente questa, l’idea. Lascio anche perdere, questa volta, la vigliacca e grottesca uscita di Bossi: non è la prima volta che usa la pelle di qualcuno per fare campagna elettorale, fa schifo e basta. La tentazione è addirittura quella di rimuovere l’accaduto. O direttamente lui, dipende.
Però lo spettacolo orrendo che la videocrazia italiana ha messo in scena fa accapponare la pelle, e per difendersi uno deve passare in rassegna le proprie convinzioni. Per esercizio del cervello, aggrappato al raziocinio in una tempesta di ignoranza fascistoide, annoto.
Uno. Non sarebbe neanche da dire, ma è ovvio che i soldati sono morti facendo il loro mestiere. La mia sensibilità dice ‘dolore per i familiari’, ma mica solo italiani. Che in un’azione di guerra muoiano persone fa male - americani italiani afghani russi o giapponesi, militari o civili, che differenza fa. È triste lo stesso. È egualmente un’abiezione con cui fare i conti.
Due. I soldati italiani sono soldati. Non eroi. Non sacrificano la vita difendendo i patrii confini dall’oppressore. Certo che il loro lavoro sarebbe quello di essere al servizio dello Stato, ossia dei cittadini. Ma non è così: sono al servizio del Governo, che non è lo Stato anche se lo rappresenta. La differenza è fondamentale: i governi dal 2001 in poi, avallati dalle forze parlamentari, hanno scelto la risoluzione non diplomatica di un conflitto, creato dal più potente alleato e persino avallato dall'Onu, in qualità di Paese oppressore e aggressore. La nostra Costituzione, ossia ciò che rende lo Stato una comunità di cittadini uguali dinanzi alla legge etc etc, lo vieta esplicitamente.
Tre. Il Governo, e i governi precedenti dal 2001 in poi, hanno deciso in nome del popolo italiano che i soldati debbano andare in guerra in Afghanistan. Tradendo lo spirito su cui si fonda lo Stato. Chi li ha votati e fatti eleggere? La maggioranza degli aventi diritto. L’opinione pubblica, se avesse un’opinione, avrebbe dovuto sconfessare questa scelta, almeno al momento di votare. Non l’ha fatto. Ne consegue il punto quattro.
Quattro. In Afghanistan è in corso una guerra - persa in partenza - decisa da un branco di avidi e fanatici fascisti contro altri avidi e fanatici fascisti per l’espropriazione di risorse energetiche, ossia per il potere internazionale. Chi serve l’esercito, allora? In Afghanistan, in Libano, in Iraq, l’esercito serve e protegge il Governo, le Forze militari internazionali, le elite economico finanziarie legate alle forniture militari, i Servizi e se stesso. I cittadini italiani, si direbbe proprio di no. Nessuno ci ha chiesto, al momento di votare: allora, vi va di ingrassare Dick Cheney, la lobby delle armi, la lobby dei ricostruttori, di ammazzare un bel po’ di gente e andare a conquistare un paio di oleodotti?
Cinque. È solo stupido pensare in termini ‘si vis pacem para bellum’. Perché la guerra, e i soldati lo sanno meglio di chiunque altro, è una cosa stupida. Sarebbe intelligente fare istruzione e contribuire a dotare un Paese straniero di infrastrutture che permettano di riprendere a produrre ricchezza – cosa che finché c’è la guerra non si può fare. E non lo può fare chi la guerra la porta. Così difficile da capire?
Sei. A questo punto, però, dovremmo averne veramente i coglioni pieni. Di tutta la faccenda. Delle menzogne che ci rovesciano in faccia. Del fatto che si neghi l’evidenza: l’Italia è in guerra, la guerra è una cosa stupida, i soldati sono pagati per fare una cosa stupida a rischio della vita, per giunta in nostro nome. E in nostro nome questa cosa stupida uccide centinaia di migliaia di afghani. Ognuno di noi, guardando in faccia i familiari delle vittime di tutte le parti, dovrebbe provare, oltre alla tristezza, almeno una buona dose di vergogna. Merce alquanto rara, di questi tempi.
giovedì 24 settembre 2009
Figurine: Claudio Marchisio

Quanto mi piace questo ragazzo. La traversa col Bordeuax in Coppa, da dieci metri e a porta semivuota a pochi minuti dalla fine, è il simbolo di quello che è questo giocatore. Molto più del gol in Campionato. A memoria: arriva dalla destra ed entra in area, un cross gli piove sul destro. Lo sa già che deve calciare al volo, o meglio di controbalzo. Si vede che ci mette tutto l’impegno nel coordinarsi, proprio tutto. Che ha scelto il piattone perché così si va col sicuro. Ma niente, traversa. Il classico gol sbagliato per sfinimento.
E rimane in ginocchio a guardare, con gli occhi strani da bambinone. Come cazzo ho fatto a sbagliare un gol così. Se lo dice da solo.
A me però non viene da pensarlo. Anzi, mi spiace solo perché l’avrebbe meritato, un gol, per il partitone che ha fatto. Sempre su ogni pallone, lanci buoni, l’unico che si sbattesse alla ricerca della tessitura del gioco. Perché, almeno per un tempo, il Bordeaux di Blanc ha giocato alla Manchester, compatto e organizzato, tutto pressing e linee strette, e nessuno pareva capirci gran che. E lui dietro a tutti, ordinato e preciso, a tutto campo. A furia di fare anche il mestiere degli altri, un po’ ti stanchi, anche a quell’età.
Perché ha solo ventitre anni, Marchisio, anche se è già famoso ed è stato pure in nazionale maggiore. Lungo e magro, piuttosto potente, piuttosto elegante: un interditore con vocazione all’impostazione e all’inserimento. Impressionante tatticamente: visione di gioco, chiarezza di idee, buona progressione. Ed è in piena crescita. Se dovesse realizzare il suo potenziale, diventerebbe uno dei migliori al mondo.
Ma io me lo ricordo quando ha esordito, a vent’anni, con la Juve in serie B. Entra e subito ruba palla, attacca, tira, insegue e prende gli avversari: io faccio tanto d’occhi, pareva giocasse lì da tutta una vita. “Buono come il pane” ricordo di aver detto alla Normanna, e per una volta posso anche farmi pat pat sulla spalla da solo.
E rimane in ginocchio a guardare, con gli occhi strani da bambinone. Come cazzo ho fatto a sbagliare un gol così. Se lo dice da solo.
A me però non viene da pensarlo. Anzi, mi spiace solo perché l’avrebbe meritato, un gol, per il partitone che ha fatto. Sempre su ogni pallone, lanci buoni, l’unico che si sbattesse alla ricerca della tessitura del gioco. Perché, almeno per un tempo, il Bordeaux di Blanc ha giocato alla Manchester, compatto e organizzato, tutto pressing e linee strette, e nessuno pareva capirci gran che. E lui dietro a tutti, ordinato e preciso, a tutto campo. A furia di fare anche il mestiere degli altri, un po’ ti stanchi, anche a quell’età.
Perché ha solo ventitre anni, Marchisio, anche se è già famoso ed è stato pure in nazionale maggiore. Lungo e magro, piuttosto potente, piuttosto elegante: un interditore con vocazione all’impostazione e all’inserimento. Impressionante tatticamente: visione di gioco, chiarezza di idee, buona progressione. Ed è in piena crescita. Se dovesse realizzare il suo potenziale, diventerebbe uno dei migliori al mondo.
Ma io me lo ricordo quando ha esordito, a vent’anni, con la Juve in serie B. Entra e subito ruba palla, attacca, tira, insegue e prende gli avversari: io faccio tanto d’occhi, pareva giocasse lì da tutta una vita. “Buono come il pane” ricordo di aver detto alla Normanna, e per una volta posso anche farmi pat pat sulla spalla da solo.
Figurine: non solo calcio e poi perché
Chi frequenta questo blog sa che qui non scrivo quasi mai di calcio. Primo, perché sono tra i pochi maschi medi italiani che non si professino competenti in materia. A me piace veder giocare a pallone, punto. Il resto (purtroppo) non è cosa di cui appassionarsi. Chiaro, anch’io sono tifoso - della Juventus. Tanto per fare un esempio, le rivalità calcistiche mi annoiano a morte. Non vedo perché non dovrebbero piacermi anche la Fiorentina di Prandelli, giocatori della Roma o dell’Inter, le invenzioni del Genoa.
Secondo perché ne parlano tutti e non ne parla nessuno. Salvo poche lodevoli eccezioni, il giornalismo sportivo è diventato una variante gossipara delle beghe di Palazzo, becero effetto collaterale della continua contaminazione tra calcio e politica, per effetto della quale in questo Paese le elezioni sono un derby e il Campionato una questione d’onore istituzionale.
Inauguro oggi questo nuovo luogo della mia city mep (con titolo rubato alle pagine sportive de Il Manifesto) con l’idea di scrivere di questa o quella figurina, e non solo di calcio, perché ogni tanto c’è qualcosa che può far piacere, interessare, divertire.
Secondo perché ne parlano tutti e non ne parla nessuno. Salvo poche lodevoli eccezioni, il giornalismo sportivo è diventato una variante gossipara delle beghe di Palazzo, becero effetto collaterale della continua contaminazione tra calcio e politica, per effetto della quale in questo Paese le elezioni sono un derby e il Campionato una questione d’onore istituzionale.
Inauguro oggi questo nuovo luogo della mia city mep (con titolo rubato alle pagine sportive de Il Manifesto) con l’idea di scrivere di questa o quella figurina, e non solo di calcio, perché ogni tanto c’è qualcosa che può far piacere, interessare, divertire.
La ricomparsa dei fatti

Titolo travagliano per dire che in due giorni di lettura de Il Fatto Quotidiano, a cui le edicole di ze City si sono abbonate pidieffe, ho appreso quelle due o tre cosette che servon sempre, in questi giorni tetri. Per esempio (leggete e, dove potete, cliccateci tutti. quello che non potrete leggere oggi, ci sarà domani).
- Gianni Letta indagato da dieci mesi, e mica per noccioline.
- Tavaroli (sì, quel Tavaroli) sta tentando di farsi accreditare per organizzare la sicurezza di Milano Expo 2015 (sì, quella Expo).
- La presa per il culo di Berlusconi a L’Aquila è peggio di quel che si pensi.
- Cosa sta succedendo in Rai, e la paura fottuta che annozerino anche Rai Tre.
E poi:
- No alla separazione delle carriere, spiegato da Bruno Tinti in un articolo bello e chiarissimo. E ce ne voleva, visto il mio grado di ignoranza in materia.
E tanto per ribadire che continuo a leggere e a sostenere Il Manifesto, sul quotidiano di oggi (lo leggerete domani sul sito) c’è un bel quadretto della situazione su nucleare e sul fatto che lo Stato sapeva delle navi con rifiuti tossici affondate nel Mediterraneo. Senza contare che la cosa riguarda da vicino il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Cazzo.
- Gianni Letta indagato da dieci mesi, e mica per noccioline.
- Tavaroli (sì, quel Tavaroli) sta tentando di farsi accreditare per organizzare la sicurezza di Milano Expo 2015 (sì, quella Expo).
- La presa per il culo di Berlusconi a L’Aquila è peggio di quel che si pensi.
- Cosa sta succedendo in Rai, e la paura fottuta che annozerino anche Rai Tre.
E poi:
- No alla separazione delle carriere, spiegato da Bruno Tinti in un articolo bello e chiarissimo. E ce ne voleva, visto il mio grado di ignoranza in materia.
E tanto per ribadire che continuo a leggere e a sostenere Il Manifesto, sul quotidiano di oggi (lo leggerete domani sul sito) c’è un bel quadretto della situazione su nucleare e sul fatto che lo Stato sapeva delle navi con rifiuti tossici affondate nel Mediterraneo. Senza contare che la cosa riguarda da vicino il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Cazzo.
giovedì 17 settembre 2009
martedì 15 settembre 2009
L'acqua del sindaco e l'Idrosaetta
Nuovo piccolo passo avanti per casa Ze. Alla raccolta differenziata, alle lampadine a basso consumo, al bando dei sacchetti di plastica (sostituiti da quelli di juta, molto più comodi, che tengo in macchina) e se vogliamo anche all'auto a metano, si aggiunge da qualche giorno l'adozione ufficiale dell'acqua del rubinetto in vetro, e per fare la minerale qualche bustina di polverina retrò, ribattezzata Idrosaetta dal Normannino e dalle sue belle e savie cuginette. I prossimi passi saranno i detersivi alla goccia, sempre che la Coop di Pavia si decida a mettere il distributore, e il generatore di elettricità a centrifuga di coglioni. In questo periodo mi basta leggere il giornale per illuminare Tokio.lunedì 14 settembre 2009
Insegnanti con buone idee
Tempo fa mi sono imbattuto per caso in un blog davvero sorprendente. Si chiama scrittoridiclasse.it (copyright) ed è niente meno che uno strumento didattico per le classi di una scuola media: l’insegnante propone buone letture, i ragazzi partecipano commentando, proponendo, confrontandosi tra loro. Un’occhiata vi convincerà che si tratta di una splendida idea, da premiare e da moltiplicare in giro per l’Italia. A costo zero: basta avere un PC e un po’ d’amore per il proprio mestiere. ndZ
Vita di Pi di Yann Martel
Il fatto che il protagonista di questo romanzo si chiami Piscine Molitor Patel avrebbe dovuto insospettirmi. In più, me lo aveva regalato L. (l’uomo senza collo con cui condivido la creazione del personaggio di zio Jack – inedito, e non ne parlerò certo qui) e se fossi stato attento a mettere in relazione le due cose, non avrei aspettato così tanto a leggere Vita di Pi. Oltre tutto, è piuttosto famoso ed è stato tradotto un po’ ovunque.
Beh, se non l’avete letto, leggetelo e poi mi dite. In questo post non vi rivelerò nulla di utile a capire che razza di romanzo sia.
Così ve lo godete come ho fatto io, dalla prima all’ultima pagina.
Vita di Pi, Yann Martel, Bestseller Piemme 2003
Vita di Pi, Yann Martel, Bestseller Piemme 2003
Sostegno al Liceo Serale Gandhi di Milano

Sta chiudendo l'unico liceo serale d'Italia. Studenti lavoratori, insegnanti di ruolo e precari, collaboratori. Un'altra vittima di Gelmini, Moratti, Expo. Insopportabile come tutte le altre carognate, e ne non ne parla nessuno. Ze City nel suo piccolo, infinitesimo spazio, solidarizza. Leggete qui sotto.
Dal presidio permanente al Liceo Gandhi, Milano
Siamo tutti studenti lavoratori del Civico Liceo Serale paritario "GANDHI" composto da 4 sezioni (liceo classico, linguistico, sociopsicopedagogico, scientifico) per un totale di 20 classi di cui, all'avvio dell'anno scolastico, ne rimarrebbero soltanto 2.Un autentico smantellamento da parte del Comune di Milano che, mentre investe nell'EXPO 2015, chiude un'istituzione importante che da oltre 50 anni (con un costo contenuto di 258 euro annui) garantisce il diritto all'istruzione a tutti gli studenti lavoratori, a quei ragazzi che non si sono inseriti nelle scuole diurne e a studenti che svolgono attività agonistiche.Una decisione ancora piu' sconvolgente, se si pensa che questo e' l'unico liceo pubblico serale di tutta Italia.Non esistono alternative ne' a milano ne' altrove.Questa decisione e’ stata presa, dall’assessore Moioli e quindi dal comune di Milano, all’insaputa di tutti, sia studenti che professori, in pieno agosto; cio’ e stato fatto per evitare scandali di qualsiasi genere o portata, sfortunatamente per l’assessore le cose non sono andate proprio sencondo i suoi piani.Siamo studenti, professori, personale scolastico, genitori, amici e parenti che ci stiamo ritrovando da ormai una settimana in ASSEMBLEA PERMANENTE siamo arrabbiati, siamo determinati a ribellarci a questa ingiustizia.NOI ci ribelliamo a questi tagli, alle logiche di vendita, NOI NON VOGLIAMO che il diritto universale e sacrosanto allo studio si trasformi in una questione di mercato; e cosa ancora piu’ importante NOI NON VOGLIAMO credere che in un paese democratico come il nostro possano succedere cose di questo genere.Pertanto noi studenti non intendiamo abbandonare l’edificio scolastico fino a quando non giungeremo al nostro obbiettivo, FAR RIAPRIRE TUTTE LE CLASSI DELLE SCUOLE CIVICHE SERALI, e quindi consentire il diritto all’istruzione a tutti coloro che non ne hanno la possibilita’ altrimenti.E’ da ormai 2 giorni che stiamo presidiando in maniera permanente l’esterno e l’interno dell’edificio, dormendo sui gradini esterni della scuola la notte e svolgendo assemblea ( permanente) per la progettazione di attivita all’interno e all’esterno della scuola.In questa prima settimana di lotta comunitaria parteciperemo o indiremo noi stessi manifestazioni e/o presidi, invitiamo tutte le persone interessate a contattarci scrivendoci a studenti.civiciliceiserali@gmail.com oppure a entrare direttamente a contatto con noi presentandovi in p.za xxvi aprile n.8, sede della nostra scuola.
gli studenti del Gandhi
martedì 8 settembre 2009
L'ubicazione del bene di Giorgio Falco
Ne hanno scritto altri (non molti), ne ha scritto anche Carmilla, arrivo buon ultimo. Fatto sta che l’ennesimo buon consiglio del Libraio (Andrea Grisi, Libreria Il Delfino di Pavia) mi ha colto impreparato. Spiazzato dal suo crudele specchio, dalla sua prosa asettica che si infila come una lama della materia. Tanto che non ho saputo finirlo in pochi giorni, come spesso mi capita, né scriverne finora con ponderatezza.L’ubicazione del bene di Giorgio Falco è una raccolta di racconti a mosaico, che come telecamere a circuito chiuso puntano ognuno su un’angolazione diversa di Cortesforza, frazione di Vigevano alle porte di Milano, spazio cintato di una Lomellina anonima, eletta a rifugio residenziale per gente che fa tutto altrove. Lavora altrove, ama altrove. Avrebbe potuto essere qualcuno, altrove.
Scrivo attentamente altrove perché Cortesforza è un non-luogo fisico e materiale, prima che un non-luogo dell’anima: ha vie, citofoni, cancelli, allarmi. Ha strade, case, giardini. Come ogni periferia, ha il problema di essere immersa in un paesaggio del tutto disumanizzato, fatto di capannoni e centri commerciali. Dove ci si sposta in auto per arrivare non prima o più comodi, ma per arrivare e basta.
E come tutte le periferie, questo prototipo (archetipo, Falco? È di questo che si tratta? - ndZ) di abitato satellite è dominato dalle cose, e non dalle persone. Più precisamente, qui è la casa, che domina le persone. La metratura, l’agenzia immobiliare, il mutuo, il lavoro che serve per pagarla. Il cancello, il prato, le mattonelle, le luci. La casa, sogno realizzato, progetto di felicità, simbolo di benessere e di status, rifugio dalla folle competitività del lavoro-merce e dell’uomo-risorsa, qui diventa un mostro che divora un’intera generazione. Una generazione che conosce la presa del cemento meglio dei suoi sentimenti, del prossimo, di se stesso.
Le persone che vivono qui sembra non che abitino, ma che siano abitate da queste case. Come se arrivati qui non sapessero più distinguere se stessi se non immersi nella rappresentazione delle proprie case e strade, delle auto in coda in tangenziale. Uno spazio vuoto che nega spazio al pieno dell’identità, la annichilisce esibendo i muscoli coi suv e gli stradoni, con la marca del concime e l’animale domestico di razza. La riduce a semplice ornamento.
L’identità è qualcosa che non ci possiamo più permettere.
E tuttavia non sono alieni, questi personaggi. Anzi, ci somigliano. Hanno sentimenti e aspirazioni, desideri e codici interiori a cui rispondere. Ciò che incanta e inquieta è proprio questo: ognuna di queste persone è di una normalità così abbacinante che proviamo paura, e ci mettiamo a distanza. Il loro vuoto dei sentimenti, delle aspirazioni, dei desideri e dei codici – un vuoto dilatato dalla poetica dello scrittore, chiaro - ci spaventa perché un germe di quel vuoto è dentro di noi e fa terribilmente male prenderne coscienza.
L’operazione a Falco è perfettamente riuscita. Nel suo linguaggio lineare e geometrico, nei tecnicismi implacabili, nella sua entomologica visione c’è una violenza inaudita. Il suo tono asciutto è quasi crudele perché ci inchioda alla paura di finire così, con attorno la nostra bella roba comprata a prezzo della nostra identità, che ci noleggia, ci affitta, ci compra fino alla morte, per poi ricominciare ad abitare qualcun altro.
L’ubicazione del bene, col suo splendido titolo rivelatore, è un libro da cui tenersi lontani, se ci si riesce, mentre si legge. O da leggere lentamente, da guardare come spettatori assieme all’autore pezzo per pezzo, video per video. Più che altro per non soffrire l’accumulo di crude risposte alla domanda dove stiamo andando?
L’ubicazione del bene, Giorgio Falco, Einaudi 2009
lunedì 7 settembre 2009
La settimana perfetta
(riassumendo)
Numero Due.
Non ne ho ancora scritto sul blog, ma la Normanna e io aspettiamo Numero Due. Trascorso il periodo della normale cautela, l’attesa si è fatta ancora più dolce: il Normannino pare felice della cosa, ne ha preso confidenza e adesso saluta e bacia il Fratellino nella pancia della mamma. Nascerà a febbraio, in quasi contemporanea con un nipote/una nipotessa nuovo/a di zecca. L’anno prossimo si annuncia intenso e giocoso.
(Inutile dire cosa si prova, tanto non rende l'idea).
nella foto, il Normannino in gita a Mougin, col naso sgarbellato.
Settimana perfetta
Dopo la settimana interlocutoria di lavoro, si doveva andare a Maratea, ma i due viaggi di andata e ritorno ci avrebbero rubato giorni di mare, così abbiamo ripiegato (si fa per dire) sullo splendido settembre cellese.
Meraviglia. Fresco, mare e cielo all'altezza della situazione. Normanninerie a non finire. C’ho ancora la sabbia nel cervello, quindi mi perdonerete se non scrivo, per ora, d’altro.
Numero Due.
Non ne ho ancora scritto sul blog, ma la Normanna e io aspettiamo Numero Due. Trascorso il periodo della normale cautela, l’attesa si è fatta ancora più dolce: il Normannino pare felice della cosa, ne ha preso confidenza e adesso saluta e bacia il Fratellino nella pancia della mamma. Nascerà a febbraio, in quasi contemporanea con un nipote/una nipotessa nuovo/a di zecca. L’anno prossimo si annuncia intenso e giocoso.
(Inutile dire cosa si prova, tanto non rende l'idea).
nella foto, il solito autoscatto ai faccioni kingsize.
Agosto Multiplo.
(Meno male che adesso c’ho la Multipla. E a metano). Agosto è stato un mese di trasferte. Ferie a Pavia: scritto e mangiato. Con il corollario di poter usare la bici, fare la spesa al mercato e fare un poco di lavoretti in casa – quel poco che il caldo maiale permetteva. Ferie a Biot: settimana rilassata, in una bella casa in Costa Azzurra con giardino gatti e gechi, i nonni di Casale che insegnano il dialetto piemontese al Normannino, le normanninerie sempre più ricche e divertenti.
Settimana perfetta
Dopo la settimana interlocutoria di lavoro, si doveva andare a Maratea, ma i due viaggi di andata e ritorno ci avrebbero rubato giorni di mare, così abbiamo ripiegato (si fa per dire) sullo splendido settembre cellese.
Meraviglia. Fresco, mare e cielo all'altezza della situazione. Normanninerie a non finire. C’ho ancora la sabbia nel cervello, quindi mi perdonerete se non scrivo, per ora, d’altro.
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