giovedì 28 maggio 2009
Prima di votare alle Europee, leggete questo
Magistrale articolo di Alessandro Robecchi per MicroMega.
martedì 26 maggio 2009
Papi da parte di fava
Nella foto, secondo da destra, il Sassaroli.
Domando pirdonanza se cito a memoria.
Sassaroli: “Non posso, devo badare alla mia nipotina”
Melandri: “Nipote? E da che parte?”
Perozzi: “Da parte di fava!
(Amici Miei, 1975)

Interrompo le trasmissioni elettorali per meravigliarmi con voi del cialtrone nazionale. Naturalmente, non della presunta liason tra un ultrasettantenne scopaiolo e un’aspirante velina. Della cosa non potrebbe importarmene di meno - e a quanto pare faccio male. A me interesserebbe savàsandìr qualche risposta, magari non dettata da Ghedini, riguardo alla corruzione di David Mills. E sui conti offshore Mediaset. Su Dell’Utri e i suoi contatti con esponenti della criminalità organizzata.
Ma forse ha ragione l’amico jackflash: per prenderlo, quello, bisogna fare come Al Capone. E nel caso specifico è calzante: Al Capone era troppo potente perché potesse essere accusato per estorsione, alcool e omicidi, e allora i giudici sono andati sul suo terreno, quello degli affari, e fu evasione fiscale.
Qui, invece, ciò che non poterono i giudici, potè la pubblica opinione.
Che dite? L’evasione coniugale con morbosetta aggravante clientelare fa abbastanza schifo per far disinnamorare il suo fedelissimo pubblico di yesman e yeswomen? Per affossare la popolarità costruita con certosina pazienza e genuina arroganza, coperture politiche, mucchi di soldi e televisioni?
Mah.
In ogni caso, mi è tornato in mente – e non sarò l’unico – ciò che disse Paolo Guzzanti (babbo) riguardo alle intercettazioni sul caso Carfagna, e veline e attrici e fiction Rai. Fece intendere di aver potuto leggere i testi di quelle intercettazioni. E ne fu tanto oltraggiato che chiuse il suo contratto di bardo di corte. Travaglio, nel suo spettacolo teatrale, ribadì che, a quanto ne sapeva lui stesso, contenevano materiale talmente esplosivo da rovinare chiunque. Ma era teatro, no? Anche la satira di Sabina (figlia) Guzzanti è teatro. Però ci sarà pure qualcuno che conosce quei testi, e che magari ne avrà tenuto (illegalmente) copia in qualche cassaforte. Li leggeremo mai, a opera di qualche editore pronto ad andare in galera (con un mucchio di soldi, chiaro) per farci sapere cosa c’è in quei fogli?
Mah.
Perché dall’Italia e da fuori Italia gli si fa il culo, adesso? Improvvisamente moralisti. Com’è che l’inaffondabile cantante da crociera è così tanto in difficoltà – e non, che so, per la crisi mai affrontata, per i soldi per l’Abruzzo che non ci sono, per i problemi a Napoli mai risolti, per i guai giudiziari, per il ‘kapò’ che affibbiò all’euro deputato martin Schulz?
Vuoi dire che la gnocca, sedotta coi ferormoni del potere, l’ha tradito sul più bello?
Chissà, forse un giorno ne parleranno i posteri, in qualche aula di scuola intitolata a Veronica Lario.
Domando pirdonanza se cito a memoria.
Sassaroli: “Non posso, devo badare alla mia nipotina”
Melandri: “Nipote? E da che parte?”
Perozzi: “Da parte di fava!
(Amici Miei, 1975)

Interrompo le trasmissioni elettorali per meravigliarmi con voi del cialtrone nazionale. Naturalmente, non della presunta liason tra un ultrasettantenne scopaiolo e un’aspirante velina. Della cosa non potrebbe importarmene di meno - e a quanto pare faccio male. A me interesserebbe savàsandìr qualche risposta, magari non dettata da Ghedini, riguardo alla corruzione di David Mills. E sui conti offshore Mediaset. Su Dell’Utri e i suoi contatti con esponenti della criminalità organizzata.
Ma forse ha ragione l’amico jackflash: per prenderlo, quello, bisogna fare come Al Capone. E nel caso specifico è calzante: Al Capone era troppo potente perché potesse essere accusato per estorsione, alcool e omicidi, e allora i giudici sono andati sul suo terreno, quello degli affari, e fu evasione fiscale.
Qui, invece, ciò che non poterono i giudici, potè la pubblica opinione.
Che dite? L’evasione coniugale con morbosetta aggravante clientelare fa abbastanza schifo per far disinnamorare il suo fedelissimo pubblico di yesman e yeswomen? Per affossare la popolarità costruita con certosina pazienza e genuina arroganza, coperture politiche, mucchi di soldi e televisioni?
Mah.
In ogni caso, mi è tornato in mente – e non sarò l’unico – ciò che disse Paolo Guzzanti (babbo) riguardo alle intercettazioni sul caso Carfagna, e veline e attrici e fiction Rai. Fece intendere di aver potuto leggere i testi di quelle intercettazioni. E ne fu tanto oltraggiato che chiuse il suo contratto di bardo di corte. Travaglio, nel suo spettacolo teatrale, ribadì che, a quanto ne sapeva lui stesso, contenevano materiale talmente esplosivo da rovinare chiunque. Ma era teatro, no? Anche la satira di Sabina (figlia) Guzzanti è teatro. Però ci sarà pure qualcuno che conosce quei testi, e che magari ne avrà tenuto (illegalmente) copia in qualche cassaforte. Li leggeremo mai, a opera di qualche editore pronto ad andare in galera (con un mucchio di soldi, chiaro) per farci sapere cosa c’è in quei fogli?
Mah.
Perché dall’Italia e da fuori Italia gli si fa il culo, adesso? Improvvisamente moralisti. Com’è che l’inaffondabile cantante da crociera è così tanto in difficoltà – e non, che so, per la crisi mai affrontata, per i soldi per l’Abruzzo che non ci sono, per i problemi a Napoli mai risolti, per i guai giudiziari, per il ‘kapò’ che affibbiò all’euro deputato martin Schulz?
Vuoi dire che la gnocca, sedotta coi ferormoni del potere, l’ha tradito sul più bello?
Chissà, forse un giorno ne parleranno i posteri, in qualche aula di scuola intitolata a Veronica Lario.
Sciortstori elettorale: conversazione tra pendolari
La Normanna ha sentito su un treno una conversazione tra due o tre pendolari. E annunciavano che avrebbero votato Ferloni. Quando me l'ha raccontato, è nata questa sciorstori elettorale.
L'Uomo del Treno
Il giornale si chiude di botto e quasi finisce per terra.
- Ma basta, echeccazzo…
- Che hai?
L’Amico aspetta mentre l’Uomo del Treno raccoglie la rabbia fuori dal finestrino, dalle parti di Certosa.
- Non li sopporto più.
- Chi?
- Ma tutti e due, Albergati e comesichiama, Cattaneo.
- Vabbè, ma che ti frega, tanto vince la destra…
- Ma possibile, cazzo. Uno che pare l’abbiano riverginato, che fino a ieri era all’Asm e prima ancora faceva il sindaco. E questo qua, che dice le stesse cose, dico le stesse identiche, lo santificano, perché adesso c’è la moda del nuovo. E l'hanno pure presentato, candido candido, come il portavoce di questo o di quello, pure Berlusconi l'ha unto. Dice di quelle cose…
- E cosa?
- Ma niente. Dice palle, come tutti quelli di Forza Italia. Parlano di case popolari, e lui “Ma certo, le faremo”. Rinnovabili? Lui ha già un piano. Niente nuovi ipermercati? E lui: assolutamente no! Si vede che a Forza Italia son tutti di Fiom e Legambiente...
- Eh, come Berlusconi. Il sindaco operaio, il sindaco ambientalista...
- Sì, ma ti rendi conto? Ma come si fa a credere a ‘sta gente?
- Eppure vince, vedrai.
L’Uomo gli pianta gli occhi in faccia, come a dire speriamo di no. L’Amico rincara la dose.
- La gente non ne poteva più della Capitelli, e guarda cosa fa la destra, adesso. Da Formigoni alla Gelmini, tutti qui a tifare Cattaneo, come in Sardegna.
- Lo so, ma come cavolo fai a votare Berlusconi.
- Vabbè ma qui voti Cattaneo, mica Berlusconi.
- Ah sì, ma certo, Cattaneo fa il sindaco e Abelli, e Filippi, la Lega, e tutta ‘sta gente fino a Formigoni si fa i fatti suoi. Come no? Guarda che se va su Cattaneo è Forza Italia a fare il sindaco, mica 'sto ragazzo.
- La gente è stupida. Vota il simbolino sulla scheda, è sempre stato così.
- Bella roba.
- E cosa voti, allora? Di Pietro?
- Ma manco... stanno con Albergati, vai a sapere perché. E mi sa che non li voto manco alle Europee. Anzi, non so neanche se vado a votare, guarda.
- E allora? Chi voti, le liste civiche? Ancora Veltri?
Passa il controllore. Vidima, tace.
- Non c'è più Veltri, sindaco è Ferloni. E poi che c’entra, scusa? Mica c’è il voto utile, per il Comune.
L’amico ride.
- Il voto utile! Sai che quasi me l’ero dimenticato?
- Fammi capire: ne abbiamo tutti pieni i coglioni della solita gente, e Pd e PdL, e i politici che fanno tutti schifo… e poi li devo votare?
- E perché non lo fai tu, il sindaco? Io ti voterei!
- E per cosa, perché sei mio amico?
- Peggio di questi non puoi essere.
- Ah, grazie. Ma se ci fossi veramente, alle elezioni, con la lista civica e tutto il resto, mi voteresti?
- Se mi fai tornare a lavorare a Pavia, che non devo più pigliare 'sto cazzo di treno, volentieri.
L’Uomo piega il giornale, si mette più comodo.
- E allora mettiamo che il primo punto è che facciamo tornare a lavorare a Pavia tutta la gente che a Milano, se avessero potuto scegliere, non ci sarebbe andata.
- Magari! E come fai?
- Che fai... fai nascere il lavoro qua, per dare almeno un'alternativa.
- Eh, ma con queste promesse mica si vincono le elezioni. Non ci crede nessuno.
- Perché nessuno c'ha tentato, non si può fare? Lo fanno in tutta Europa, si può fare anche qui.
- Ma qui siamo in Italia.
- Vabbè, ma anche se fosse, che faresti?
- Vengo pure io in lista, guarda, ti finanzio anche la campagna elettorale!
- E che è, sei ricco di famiglia?
- No, però una decina di euro guarda che le metto…
- Ah, grazie. Però la voteresti, la lista civica.
- Sì.
- E allora perché non voti il Cantiere, o la Campari, o la figlia di Magnino…
- Ma perché? Tanto si sa già chi vince.
- E mica fai la schedina! Uno vota per farsi rappresentare. Chi ti rappresenta, Albergati O Cattaneo?
- Ma nessuno dei due.
- E allora?
- E allora non voto.
L’Amico prende il giornale dalle mani dell’Uomo del Treno.
- E tu che fai, voti Veltri?
- Ancora? Veltri non c’è, c’è il fratello. Sindaco è Ferloni.
- Chi, il professore?
- Sì.
- Ah beh. Un brav'uomo. Strano...
- Perché?
- Strano che un brav'uomo si metta in politica.
- Maddai...
- E che dice?
- Beh lui è uno che si intende di ambiente, di arte... Non so, dovevo andarli a sentire al Valla, ma poi non ci sono andato. C’hanno il sito, però.
- Hm. E poi chi c’è?
- La Campari, con la lista di Grillo. La figlia di Magnino... te lo ricordi, lui?
- No. So chi è, ma io non l’ho avuto.
- Poi c'è un ragazzo per i Comunisti... E altri, che non conosco.
L’Amico sfoglia il giornale, poi lo chiude. Il treno sta entrando a Rogoredo.
- Mah, tanto è uguale. Uno o l’altro, tanto poi tutti si fanno i cazzi loro…
- Ah ma allora vedi che non mi voteresti, neanche se ci andassi io?
- Niente di personale, ma ti ci vedi in mezzo a quella gente? Secondo me se ci provi ti fanno a pezzi…
- Ma chi? Ma tu sei fuori… Porcari, Abelli. Ma uno deve avere paura di questi qua? Ma son vecchi. Potenti quanto vuoi, ma sono vecchi...
- Secondo me quando entri in quelle logiche…
- Sta’ sicuro che se dovessi entrarci, di logiche non ne vedresti più. Ma anche tu, lo faresti. Secondo me, se appena appena non sei di questo o quel partito, la vedi la differenza.
- Boh, forse. Ma io non mi ci metterei mai.
C’è una porta rotta. Per scendere ci si mette in fila. L’Uomo parla all’indietro, schivando borse e spigoli vivi.
- Ma alla fine, tu per chi voti?
L’Amico ci pensa un istante.
L'Uomo del Treno
Il giornale si chiude di botto e quasi finisce per terra.
- Ma basta, echeccazzo…
- Che hai?
L’Amico aspetta mentre l’Uomo del Treno raccoglie la rabbia fuori dal finestrino, dalle parti di Certosa.
- Non li sopporto più.
- Chi?
- Ma tutti e due, Albergati e comesichiama, Cattaneo.
- Vabbè, ma che ti frega, tanto vince la destra…
- Ma possibile, cazzo. Uno che pare l’abbiano riverginato, che fino a ieri era all’Asm e prima ancora faceva il sindaco. E questo qua, che dice le stesse cose, dico le stesse identiche, lo santificano, perché adesso c’è la moda del nuovo. E l'hanno pure presentato, candido candido, come il portavoce di questo o di quello, pure Berlusconi l'ha unto. Dice di quelle cose…
- E cosa?
- Ma niente. Dice palle, come tutti quelli di Forza Italia. Parlano di case popolari, e lui “Ma certo, le faremo”. Rinnovabili? Lui ha già un piano. Niente nuovi ipermercati? E lui: assolutamente no! Si vede che a Forza Italia son tutti di Fiom e Legambiente...
- Eh, come Berlusconi. Il sindaco operaio, il sindaco ambientalista...
- Sì, ma ti rendi conto? Ma come si fa a credere a ‘sta gente?
- Eppure vince, vedrai.
L’Uomo gli pianta gli occhi in faccia, come a dire speriamo di no. L’Amico rincara la dose.
- La gente non ne poteva più della Capitelli, e guarda cosa fa la destra, adesso. Da Formigoni alla Gelmini, tutti qui a tifare Cattaneo, come in Sardegna.
- Lo so, ma come cavolo fai a votare Berlusconi.
- Vabbè ma qui voti Cattaneo, mica Berlusconi.
- Ah sì, ma certo, Cattaneo fa il sindaco e Abelli, e Filippi, la Lega, e tutta ‘sta gente fino a Formigoni si fa i fatti suoi. Come no? Guarda che se va su Cattaneo è Forza Italia a fare il sindaco, mica 'sto ragazzo.
- La gente è stupida. Vota il simbolino sulla scheda, è sempre stato così.
- Bella roba.
- E cosa voti, allora? Di Pietro?
- Ma manco... stanno con Albergati, vai a sapere perché. E mi sa che non li voto manco alle Europee. Anzi, non so neanche se vado a votare, guarda.
- E allora? Chi voti, le liste civiche? Ancora Veltri?
Passa il controllore. Vidima, tace.
- Non c'è più Veltri, sindaco è Ferloni. E poi che c’entra, scusa? Mica c’è il voto utile, per il Comune.
L’amico ride.
- Il voto utile! Sai che quasi me l’ero dimenticato?
- Fammi capire: ne abbiamo tutti pieni i coglioni della solita gente, e Pd e PdL, e i politici che fanno tutti schifo… e poi li devo votare?
- E perché non lo fai tu, il sindaco? Io ti voterei!
- E per cosa, perché sei mio amico?
- Peggio di questi non puoi essere.
- Ah, grazie. Ma se ci fossi veramente, alle elezioni, con la lista civica e tutto il resto, mi voteresti?
- Se mi fai tornare a lavorare a Pavia, che non devo più pigliare 'sto cazzo di treno, volentieri.
L’Uomo piega il giornale, si mette più comodo.
- E allora mettiamo che il primo punto è che facciamo tornare a lavorare a Pavia tutta la gente che a Milano, se avessero potuto scegliere, non ci sarebbe andata.
- Magari! E come fai?
- Che fai... fai nascere il lavoro qua, per dare almeno un'alternativa.
- Eh, ma con queste promesse mica si vincono le elezioni. Non ci crede nessuno.
- Perché nessuno c'ha tentato, non si può fare? Lo fanno in tutta Europa, si può fare anche qui.
- Ma qui siamo in Italia.
- Vabbè, ma anche se fosse, che faresti?
- Vengo pure io in lista, guarda, ti finanzio anche la campagna elettorale!
- E che è, sei ricco di famiglia?
- No, però una decina di euro guarda che le metto…
- Ah, grazie. Però la voteresti, la lista civica.
- Sì.
- E allora perché non voti il Cantiere, o la Campari, o la figlia di Magnino…
- Ma perché? Tanto si sa già chi vince.
- E mica fai la schedina! Uno vota per farsi rappresentare. Chi ti rappresenta, Albergati O Cattaneo?
- Ma nessuno dei due.
- E allora?
- E allora non voto.
L’Amico prende il giornale dalle mani dell’Uomo del Treno.
- E tu che fai, voti Veltri?
- Ancora? Veltri non c’è, c’è il fratello. Sindaco è Ferloni.
- Chi, il professore?
- Sì.
- Ah beh. Un brav'uomo. Strano...
- Perché?
- Strano che un brav'uomo si metta in politica.
- Maddai...
- E che dice?
- Beh lui è uno che si intende di ambiente, di arte... Non so, dovevo andarli a sentire al Valla, ma poi non ci sono andato. C’hanno il sito, però.
- Hm. E poi chi c’è?
- La Campari, con la lista di Grillo. La figlia di Magnino... te lo ricordi, lui?
- No. So chi è, ma io non l’ho avuto.
- Poi c'è un ragazzo per i Comunisti... E altri, che non conosco.
L’Amico sfoglia il giornale, poi lo chiude. Il treno sta entrando a Rogoredo.
- Mah, tanto è uguale. Uno o l’altro, tanto poi tutti si fanno i cazzi loro…
- Ah ma allora vedi che non mi voteresti, neanche se ci andassi io?
- Niente di personale, ma ti ci vedi in mezzo a quella gente? Secondo me se ci provi ti fanno a pezzi…
- Ma chi? Ma tu sei fuori… Porcari, Abelli. Ma uno deve avere paura di questi qua? Ma son vecchi. Potenti quanto vuoi, ma sono vecchi...
- Secondo me quando entri in quelle logiche…
- Sta’ sicuro che se dovessi entrarci, di logiche non ne vedresti più. Ma anche tu, lo faresti. Secondo me, se appena appena non sei di questo o quel partito, la vedi la differenza.
- Boh, forse. Ma io non mi ci metterei mai.
C’è una porta rotta. Per scendere ci si mette in fila. L’Uomo parla all’indietro, schivando borse e spigoli vivi.
- Ma alla fine, tu per chi voti?
L’Amico ci pensa un istante.
mercoledì 20 maggio 2009
Oggetti Smarriti su Sconfinamenti
sul blog www.sconfinamenti.splinder.com trovate una divertente rubrica, Ufficio Oggetti Smarriti, che è un po' una piccola rassegna di cose perdute e ritrovate. mi è subito piaciuta, e allora ho scritto qualcosa anch'io. ze
Il comizio in piazza
Non trovo più i comizi in piazza e, se è per questo, neanche la piazza. Ricordo che una volta c'erano, quegli omini lontani in piedi sul fronte del palco, al fondo della piazza, magari davanti all'antico balcone dei Capitani. Facevano fischiare i microfoni arringando la folla, e la folla fischiava o applaudiva, poi i tanti a casa e i pochi in sezione o in trattoria. Rappresentavano un'altra piazza, giù a Montecitorio, e la loro presenza lì, legittimata dall'autorità e dai notabili del paese, pareva legare le due piazze, questa nostrana a quella lontana, in un raro e prezioso ponte immaginario. E pareva normale che, il giorno dopo, su quella piazza tornasse il mercato e il quotidiano incontrarsi, studiarsi, strusciarsi. In piazza si era sotto gli occhi di tutti, e quel tutti somigliava terribilmente a una comunità. Litigiosa, certo. Ci si innamorava e ci si mandava a fare in culo con eguale, encomiabile impegno.
Oggi, non so: la piazza l'abbiamo rimpiazzata col salotto buono, e occhio a non sporcare, non alzare la voce, non facciamoci riconoscere. Come in casa d'altri. Manca solo che ci mettiamo le pattine. E i comizi, quelli, li abbiamo trasferiti in hotel e centri congressi col grande schermo e le poltrone in velluto. E si applaude per forza, perché in platea, al 90%, ci sono i tuoi. Tanto che non sono mica più comizi: le chiamano convention. Come si fa con gli agenti di commercio. C'è pure il gadget.
È che prima quando volevi parlare con la città si andava in piazza e la città era lì. Adesso, chi lo sa. Vuoi vedere che prima o poi anche la città toccherà cercarla all'ufficio Oggetti Smarriti.
Se da grande divento sindaco, la campagna elettorale la faccio in Ape Car.
Il comizio in piazza
Non trovo più i comizi in piazza e, se è per questo, neanche la piazza. Ricordo che una volta c'erano, quegli omini lontani in piedi sul fronte del palco, al fondo della piazza, magari davanti all'antico balcone dei Capitani. Facevano fischiare i microfoni arringando la folla, e la folla fischiava o applaudiva, poi i tanti a casa e i pochi in sezione o in trattoria. Rappresentavano un'altra piazza, giù a Montecitorio, e la loro presenza lì, legittimata dall'autorità e dai notabili del paese, pareva legare le due piazze, questa nostrana a quella lontana, in un raro e prezioso ponte immaginario. E pareva normale che, il giorno dopo, su quella piazza tornasse il mercato e il quotidiano incontrarsi, studiarsi, strusciarsi. In piazza si era sotto gli occhi di tutti, e quel tutti somigliava terribilmente a una comunità. Litigiosa, certo. Ci si innamorava e ci si mandava a fare in culo con eguale, encomiabile impegno.
Oggi, non so: la piazza l'abbiamo rimpiazzata col salotto buono, e occhio a non sporcare, non alzare la voce, non facciamoci riconoscere. Come in casa d'altri. Manca solo che ci mettiamo le pattine. E i comizi, quelli, li abbiamo trasferiti in hotel e centri congressi col grande schermo e le poltrone in velluto. E si applaude per forza, perché in platea, al 90%, ci sono i tuoi. Tanto che non sono mica più comizi: le chiamano convention. Come si fa con gli agenti di commercio. C'è pure il gadget.
È che prima quando volevi parlare con la città si andava in piazza e la città era lì. Adesso, chi lo sa. Vuoi vedere che prima o poi anche la città toccherà cercarla all'ufficio Oggetti Smarriti.
Se da grande divento sindaco, la campagna elettorale la faccio in Ape Car.
Lettere a La Provincia Pavese
Cattaneo, smàrcati
(27/04 - non pubblicata)
Leggo e stupisco: ma allora il Pdl ha dichiarato Pavia terra di conquista? Berlusconi, Formigoni. Non bastava Abelli, si vede. La legittimazione della Lega, il contributo di Filippi, perfino di Adenti. E quello che mi sorprende di più, la dichiarazione degli amici: il candidato è un amico, non voterei per il Pdl ma per lui sì. Ah, fantastico: e se vince, poi, chi la governa la città? Lui, o il suo partito? Ma qualcuno si è reso conto che queste elezioni sono di nuovo lo scontro di quei partiti – ammesso che così si possano definire dei cartelli elettorali permanenti - che a livello nazionale non sopportiamo più? Il Pd ha incredibilmente scelto Albergati. E tutti a dire che è giovane anche lui e che anche lui è un bravo ragazzo. E ci mancherebbe. Se venissero eletti, non ci sarebbe nessuna possibilità di fare politica autonoma: quella che ai cittadini dà risposte.
Sono ancora più felice, allora, di aiutare il professor Paolo Ferloni: un indipendente che ha accettato la sfida di reinventare Pavia, mettendo il lavoro al primo posto. Senza alcun bisogno di padrini, o padroni. Un ambientalista, un monumentalista, un professore: quanto ne abbiamo bisogno di idee chiare e di innovazione.
Non ho ancora avuto il piacere di conoscere il candidato del Pdl, ma se posso rivolgermi a lui in totale franchezza: caro Alessandro, smàrcati. Fallo adesso. Dichiara che anche a trent’anni (io ne ho 34) si cammina con le proprie gambe. Che non ne hai bisogno, di investiture. Dillo, che se ti eleggono governerai tu, e non Forza Italia. Che renderai conto solo ai cittadini, che non hanno colori e vivaddio neanche un pensiero unico. Che farai quello di cui ha bisogno la città e non quello che vorrà il tuo partito. Perché – forse l’abbiamo dimenticato – il mestiere del politico è quello di rappresentare una parte, ma quello del sindaco è quello di amministrare nel nome di tutti.
La luna di miele di Albergati&Cattaneo
(18/05 - non pubblicata)
Le buone idee sono di tutti, e fa sempre piacere sapere che sono apprezzate. Turismo, centro congressi, bus piccoli e frequenti in centro; niente più centri commerciali anzi proteggere il piccolo commercio; soluzioni di integrazione per migranti e migrati, recupero aree dismesse, spazi agli studenti, valorizzazione dei parchi, periferie degne: Albergati e Cattaneo sono d’accordo proprio su tutto.
E questo tutto era scritto nel programma elettorale de Il Cantiere nel 2005. Che bello sapere che si sono convinti.
Certo, rimane qualche dubbio: come conciliare tutto questo con la politica nazionale di Forza Italia e Lega, tristemente agli orrori della cronaca dal Mediterraneo, dall’Abruzzo, da Napoli, da Milano? Oppure con le passate amministrazioni: quando c’era la bistrattata Capitelli, il PD pareva affaccendato in centri commerciali e sciagurate varianti al Prg – e a tutto questo proprio non ci pensava.
Ma adesso è cambiato tutto.
Certo, nel frattempo il programma di Insieme per Pavia (il Cantiere per Pavia) si è evoluto, grazie anche alle idee di Paolo Ferloni. C’è il progetto cluster. C’è l’IDA per i giovani creativi. C’è il nuovo sistema museale. C’è la mobilità sostenibile. C’è lo studio di nuovi modelli di amministrazione. Scienza, concretezza. Freschezza. Ma diamo loro ancora un po’ di tempo, e vedrete che prima o poi ci diranno che città hanno in mente, senza usare troppi aggettivi, e senza chiamare a testimonial i propri dirigenti di partito, che di Pavia conoscono solo i minutaggi tv dell’Osservatorio.
(27/04 - non pubblicata)
Leggo e stupisco: ma allora il Pdl ha dichiarato Pavia terra di conquista? Berlusconi, Formigoni. Non bastava Abelli, si vede. La legittimazione della Lega, il contributo di Filippi, perfino di Adenti. E quello che mi sorprende di più, la dichiarazione degli amici: il candidato è un amico, non voterei per il Pdl ma per lui sì. Ah, fantastico: e se vince, poi, chi la governa la città? Lui, o il suo partito? Ma qualcuno si è reso conto che queste elezioni sono di nuovo lo scontro di quei partiti – ammesso che così si possano definire dei cartelli elettorali permanenti - che a livello nazionale non sopportiamo più? Il Pd ha incredibilmente scelto Albergati. E tutti a dire che è giovane anche lui e che anche lui è un bravo ragazzo. E ci mancherebbe. Se venissero eletti, non ci sarebbe nessuna possibilità di fare politica autonoma: quella che ai cittadini dà risposte.
Sono ancora più felice, allora, di aiutare il professor Paolo Ferloni: un indipendente che ha accettato la sfida di reinventare Pavia, mettendo il lavoro al primo posto. Senza alcun bisogno di padrini, o padroni. Un ambientalista, un monumentalista, un professore: quanto ne abbiamo bisogno di idee chiare e di innovazione.
Non ho ancora avuto il piacere di conoscere il candidato del Pdl, ma se posso rivolgermi a lui in totale franchezza: caro Alessandro, smàrcati. Fallo adesso. Dichiara che anche a trent’anni (io ne ho 34) si cammina con le proprie gambe. Che non ne hai bisogno, di investiture. Dillo, che se ti eleggono governerai tu, e non Forza Italia. Che renderai conto solo ai cittadini, che non hanno colori e vivaddio neanche un pensiero unico. Che farai quello di cui ha bisogno la città e non quello che vorrà il tuo partito. Perché – forse l’abbiamo dimenticato – il mestiere del politico è quello di rappresentare una parte, ma quello del sindaco è quello di amministrare nel nome di tutti.
La luna di miele di Albergati&Cattaneo
(18/05 - non pubblicata)
Le buone idee sono di tutti, e fa sempre piacere sapere che sono apprezzate. Turismo, centro congressi, bus piccoli e frequenti in centro; niente più centri commerciali anzi proteggere il piccolo commercio; soluzioni di integrazione per migranti e migrati, recupero aree dismesse, spazi agli studenti, valorizzazione dei parchi, periferie degne: Albergati e Cattaneo sono d’accordo proprio su tutto.
E questo tutto era scritto nel programma elettorale de Il Cantiere nel 2005. Che bello sapere che si sono convinti.
Certo, rimane qualche dubbio: come conciliare tutto questo con la politica nazionale di Forza Italia e Lega, tristemente agli orrori della cronaca dal Mediterraneo, dall’Abruzzo, da Napoli, da Milano? Oppure con le passate amministrazioni: quando c’era la bistrattata Capitelli, il PD pareva affaccendato in centri commerciali e sciagurate varianti al Prg – e a tutto questo proprio non ci pensava.
Ma adesso è cambiato tutto.
Certo, nel frattempo il programma di Insieme per Pavia (il Cantiere per Pavia) si è evoluto, grazie anche alle idee di Paolo Ferloni. C’è il progetto cluster. C’è l’IDA per i giovani creativi. C’è il nuovo sistema museale. C’è la mobilità sostenibile. C’è lo studio di nuovi modelli di amministrazione. Scienza, concretezza. Freschezza. Ma diamo loro ancora un po’ di tempo, e vedrete che prima o poi ci diranno che città hanno in mente, senza usare troppi aggettivi, e senza chiamare a testimonial i propri dirigenti di partito, che di Pavia conoscono solo i minutaggi tv dell’Osservatorio.
martedì 19 maggio 2009
ZE QUESTION! Chi voti a Pavia?
facile, no?
il nuovo e incomparabilmente inutile sondaggio di ze city torna a scavare nell'attualità e tra le balle dei miei 25 (e)lettori.
motivate la scelta, pliz. basta commentare qui.
è campagna elettorale, bellezza.
e tu non puoi farci niente.
il nuovo e incomparabilmente inutile sondaggio di ze city torna a scavare nell'attualità e tra le balle dei miei 25 (e)lettori.
motivate la scelta, pliz. basta commentare qui.
è campagna elettorale, bellezza.
e tu non puoi farci niente.
venerdì 15 maggio 2009
THE ZESITIAN CANDIDATE: LE OFFICINE PAVESI
Nuovo articolo per il blog Insieme per Pavia.
LAVORO AI LAVORATORI DELL’ARSENALE: LE OFFICINE PAVESI
di Armando Barone
Chiaro, “Officine Pavesi” è un nome di fantasia: ma nessuno mi ha ancora spiegato perché non si può fare, e allora rincaro la dose.
Nessuno finora è riuscito a persuadermi che non si possa reimpiegare l’enorme capitale di conoscenze, braccia e macchine in commesse pubbliche, assicurando un enorme risparmio alle amministrazioni coinvolte. Elettricisti, falegnami, meccanici, muratori che fanno e hanno fatto di tutto, dal riparare gli autoblindo alle cucine e alle tende da campo. Una volta, mi dicono, c’era anche una piccola tipografia.
E neanche mi voglio rassegnare: non mi riesce di credere che per i 200 lavoratori dell’Arsenale tutto sia già deciso e scritto. In proprio, o pendolare.
L’idea in sé è semplice: una officina multifunzione, che non solo offra impiego a questi lavoratori ma che possa anche re-intraprendere l’istituto della formazione tecnica – utilissima per l’avviamento professionale per i neodiplomati, il reinserimento e la riqualificazione di detenuti, disoccupati, migranti.
L’impresa potrebbe partire con le commesse del pubblico: Comune e Provincia. Quanto si risparmierebbe affidando a questa impresa la manutenzione di edifici e mezzi pubblici, scuole, ospedali, case popolari? Quanto, formando il personale all’uso dei pannelli fotovoltaici, alle motorizzazioni a gpl o metano, alle tecniche di edilizia sostenibile?
Fare sistema è anche questo: al fronte del sapere universitario e di ricerca dovrebbe corrispondere un secondo fronte, in area tecnica, per sostenere l’orizzonte di sviluppo della città.
Oltre a salvaguardare dei posti di lavoro e a far risparmiare la Pubblica Amministrazione, si aprirebbero prospettive imprenditoriali serie: una officina di questo tipo potrebbe attirare anche le commesse private e competere sul mercato. Dipende naturalmente da quale assetto gestionale dare a un’impresa del genere. Dipende dalla volontà e capacità di autorganizzazione dei lavoratori. Dipende anche e forse più di tutto dall’intraprendenza della futura amministrazione.
Che ne dite: possiamo parlarne?
NB. Mi piacerebbe leggere il commento di qualche lavoratore dell’Arsenale, sapere se l’idea attira, se qualcuno di loro ha già pensato qualcosa del genere.
LAVORO AI LAVORATORI DELL’ARSENALE: LE OFFICINE PAVESI
di Armando Barone
Chiaro, “Officine Pavesi” è un nome di fantasia: ma nessuno mi ha ancora spiegato perché non si può fare, e allora rincaro la dose.
Nessuno finora è riuscito a persuadermi che non si possa reimpiegare l’enorme capitale di conoscenze, braccia e macchine in commesse pubbliche, assicurando un enorme risparmio alle amministrazioni coinvolte. Elettricisti, falegnami, meccanici, muratori che fanno e hanno fatto di tutto, dal riparare gli autoblindo alle cucine e alle tende da campo. Una volta, mi dicono, c’era anche una piccola tipografia.
E neanche mi voglio rassegnare: non mi riesce di credere che per i 200 lavoratori dell’Arsenale tutto sia già deciso e scritto. In proprio, o pendolare.
L’idea in sé è semplice: una officina multifunzione, che non solo offra impiego a questi lavoratori ma che possa anche re-intraprendere l’istituto della formazione tecnica – utilissima per l’avviamento professionale per i neodiplomati, il reinserimento e la riqualificazione di detenuti, disoccupati, migranti.
L’impresa potrebbe partire con le commesse del pubblico: Comune e Provincia. Quanto si risparmierebbe affidando a questa impresa la manutenzione di edifici e mezzi pubblici, scuole, ospedali, case popolari? Quanto, formando il personale all’uso dei pannelli fotovoltaici, alle motorizzazioni a gpl o metano, alle tecniche di edilizia sostenibile?
Fare sistema è anche questo: al fronte del sapere universitario e di ricerca dovrebbe corrispondere un secondo fronte, in area tecnica, per sostenere l’orizzonte di sviluppo della città.
Oltre a salvaguardare dei posti di lavoro e a far risparmiare la Pubblica Amministrazione, si aprirebbero prospettive imprenditoriali serie: una officina di questo tipo potrebbe attirare anche le commesse private e competere sul mercato. Dipende naturalmente da quale assetto gestionale dare a un’impresa del genere. Dipende dalla volontà e capacità di autorganizzazione dei lavoratori. Dipende anche e forse più di tutto dall’intraprendenza della futura amministrazione.
Che ne dite: possiamo parlarne?
NB. Mi piacerebbe leggere il commento di qualche lavoratore dell’Arsenale, sapere se l’idea attira, se qualcuno di loro ha già pensato qualcosa del genere.
giovedì 14 maggio 2009
È solo una brutta mattina, Charlie Brown

Questa mattina mi sento Charlie Brown. E non solo per i pochi capelli che mi sono rimasti.
Portato il Normannino al nido in netto ritardo, arrivo solo un minuto prima della partenza del solito pullman, alle 8.19. Lo vedo partire. Di solito parte un paio di minuti in ritardo, pazienza. Corro, mi sbraccio, lo affianco nel momento in cui deve uscire dalla stazione dei pullman. Niente. Vabbè, capita.
Per fortuna c’è l’8.30. Che arriva alle 8.40. E sta fermo 10 minuti a Binasco perché un controllore stronzo controlla biglietti e abbonamenti trattando come pezze da piedi pericolose settantenni armate di sportine di plastica e un peruviano dall’aria smarrita. Pazienza.
Arriviamo a Famagosta, e non so a voi, ma a me in pullman hanno insegnato una semplice regola: di solito si fa scendere chi è seduto più vicino all’uscita, e generalmente si lasciano passare le donne e le persone anziane. Dalla mia seconda fila, in piedi con la testa incastrata sotto il vano portabagagli, attendo che passi una signora. Due tizi si imbucano, borsonando sia me che i passanti, e poi ci sono ragazze e signore.
Portato il Normannino al nido in netto ritardo, arrivo solo un minuto prima della partenza del solito pullman, alle 8.19. Lo vedo partire. Di solito parte un paio di minuti in ritardo, pazienza. Corro, mi sbraccio, lo affianco nel momento in cui deve uscire dalla stazione dei pullman. Niente. Vabbè, capita.
Per fortuna c’è l’8.30. Che arriva alle 8.40. E sta fermo 10 minuti a Binasco perché un controllore stronzo controlla biglietti e abbonamenti trattando come pezze da piedi pericolose settantenni armate di sportine di plastica e un peruviano dall’aria smarrita. Pazienza.
Arriviamo a Famagosta, e non so a voi, ma a me in pullman hanno insegnato una semplice regola: di solito si fa scendere chi è seduto più vicino all’uscita, e generalmente si lasciano passare le donne e le persone anziane. Dalla mia seconda fila, in piedi con la testa incastrata sotto il vano portabagagli, attendo che passi una signora. Due tizi si imbucano, borsonando sia me che i passanti, e poi ci sono ragazze e signore.
Massì esco per ultimo che mica è un problema.
In metro un cravattato nevrotico, arrivato per ultimo, spintona me e la ragazza di fianco per salire per primo su una carrozza semivuota. Prende posto sfilando davanti ad alcune signore che rimangono in piedi.
Quando scendo una tizia mi calcia il tallone (il sinistro, dove ho un taglio) con il tacco, pur di passarmi davanti e prendere la scala mobile per prima. Peraltro, poi si ferma a sinistra, e a nulla serve chiedere permesso.
In via Vigevano ci sono i lavori, si passa uno per volta. Un negoziante sulla sessantina sta aprendo. Un suo amico pari età lo chiama e si ferma a parlargli. Chiedo permesso. Due, tre volte. Alla quarta gli tocco la spalla e gli faccio vedere che dietro di me ci sono già cinque persone ferme, e dietro di lui otto o nove.
Se la prende, e si scosta bonfochiando.
Sto zitto.
Arrivo in azienda sano e salvo, e senza aver fanculato nessuno, solo per merito del caro vecchio buon Carletto Schultz, che fece dire a Snoopy, stupito perché Lucy Van Pelt correva gridando Mi ha baciato! Che schifo! Un cane mi ha baciato!: “La prossima volta le morderò una gamba”.
(Leo: temo che la vendetta per tutto questo sia piadina per i tuoi denti)
In metro un cravattato nevrotico, arrivato per ultimo, spintona me e la ragazza di fianco per salire per primo su una carrozza semivuota. Prende posto sfilando davanti ad alcune signore che rimangono in piedi.
Quando scendo una tizia mi calcia il tallone (il sinistro, dove ho un taglio) con il tacco, pur di passarmi davanti e prendere la scala mobile per prima. Peraltro, poi si ferma a sinistra, e a nulla serve chiedere permesso.
In via Vigevano ci sono i lavori, si passa uno per volta. Un negoziante sulla sessantina sta aprendo. Un suo amico pari età lo chiama e si ferma a parlargli. Chiedo permesso. Due, tre volte. Alla quarta gli tocco la spalla e gli faccio vedere che dietro di me ci sono già cinque persone ferme, e dietro di lui otto o nove.
Se la prende, e si scosta bonfochiando.
Sto zitto.
Arrivo in azienda sano e salvo, e senza aver fanculato nessuno, solo per merito del caro vecchio buon Carletto Schultz, che fece dire a Snoopy, stupito perché Lucy Van Pelt correva gridando Mi ha baciato! Che schifo! Un cane mi ha baciato!: “La prossima volta le morderò una gamba”.
(Leo: temo che la vendetta per tutto questo sia piadina per i tuoi denti)
mercoledì 13 maggio 2009
L’esilio, la nausea e la lotta armata

Certe mattine non ce la faccio più. Giuro. Non riesco più a collocare il mio mondo esterno tra il lavoro, l’impegno politico ma non troppo, la fame di informazioni, la speranza, il pacifismo a oltranza. Se il lavoro è quello che è, e il privilegio di averlo e di averne uno buono lo pago, se la mia bellissima famiglia mi tiene in equilibrio il mondo interno e interiore, il problema diventa come fare a frenare la catastrofe là fuori, attorno.
Che cazzo di senso può avere impegnarsi, come un cristiano qualsiasi ma anche con qualche speranza, nella politica locale, pensando in concreto e modellando in astratto il futuro, quando la mattina leggi che in nome di una misera campagna elettorale, anzi per l'ambizione del consenso plebiscitario di un uomo solo, sgradevole e ignorante e potentemente incapace, di un dittatorello da operetta armato da milioni di imbecilli (chi vota Forza Italia, mi spiace dirlo per gli amici che ho a destra, ma è un imbecille, non v’è più dubbio), vengono decisi i destini di migliaia e migliaia di persone abbandonate a se stesse, alla repressione di una Libia avida e illiberale, alla mercè degli sfruttatori di uomini.
Anche le donne, anche i bambini. Violando non solo ogni tipo di convenzione internazionale, Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, legge UE, ma anche la pessima legge italiana (d’you remember Bossi- Fini? ecco, è illegale perfino per quella). Senza che possano essere messi a processo, delegittimati, privati di nuocere ancora a migliaia di innocenti.
In nome delle Europee e delle stesse amministrative: ve ne rendete conto?
E a Milano che 300 rifugiati politici chiedono che vengano rispettati i loro diritti, che lo Stato Italiano ha già concesso: la Polizia, che li ha bastonati senza alcuna provocazione, che sarebbe proibito manganellare anche se fossero stati aggrediti a sprangate, figuriamoci quando non parte neanche una sberla, recapita a quattro portavoce che cosa? La revoca del diritto d’asilo.
Io devo credere allo Stato? Devo credere alla Polizia? Ai Carabinieri, forse?
Se ci sono innocenti o bravi cristi, tra Poliziotti e Carabinieri, è ora che escano allo scoperto e denuncino. Sennò sono solo complici di queste merde.
Maroni che vara leggi razziali, Sacconi che demolisce lo sciopero, Berlusconi che in nome della santificazione del suo portafoglio mette sull’altare del sacrificio migliaia e migliaia di vite – anche le nostre! E la Magistratura non può niente. Tre miseri uomini, e se fossero anche cento, cento miserabili infami straccioni che fanno i burattinai con la sorte mia e dei miei simili.
Cosa mi rimane, questa mattina, cosa? Andarmene in esilio, migrare, in un Paese che mi fa un poco meno schifo, dove mio figlio riceva un’educazione che non sia alla sopraffazione in nome dei soldi e della razza. Oppure la lotta armata – gran dio, io, proprio io, che sono pacifista, che odio le armi e non ne toccherei una col bastone, che non credo che il sangue versato possa portare altro che altro sangue, arrivo a pensarlo?
Che cazzo mi sta succedendo?
Oppure lasciarmi morire di nausea.
Dove cazzo siete tutti?
Siete tutti soli, come me?
Che cazzo di senso può avere impegnarsi, come un cristiano qualsiasi ma anche con qualche speranza, nella politica locale, pensando in concreto e modellando in astratto il futuro, quando la mattina leggi che in nome di una misera campagna elettorale, anzi per l'ambizione del consenso plebiscitario di un uomo solo, sgradevole e ignorante e potentemente incapace, di un dittatorello da operetta armato da milioni di imbecilli (chi vota Forza Italia, mi spiace dirlo per gli amici che ho a destra, ma è un imbecille, non v’è più dubbio), vengono decisi i destini di migliaia e migliaia di persone abbandonate a se stesse, alla repressione di una Libia avida e illiberale, alla mercè degli sfruttatori di uomini.
Anche le donne, anche i bambini. Violando non solo ogni tipo di convenzione internazionale, Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, legge UE, ma anche la pessima legge italiana (d’you remember Bossi- Fini? ecco, è illegale perfino per quella). Senza che possano essere messi a processo, delegittimati, privati di nuocere ancora a migliaia di innocenti.
In nome delle Europee e delle stesse amministrative: ve ne rendete conto?
E a Milano che 300 rifugiati politici chiedono che vengano rispettati i loro diritti, che lo Stato Italiano ha già concesso: la Polizia, che li ha bastonati senza alcuna provocazione, che sarebbe proibito manganellare anche se fossero stati aggrediti a sprangate, figuriamoci quando non parte neanche una sberla, recapita a quattro portavoce che cosa? La revoca del diritto d’asilo.
Io devo credere allo Stato? Devo credere alla Polizia? Ai Carabinieri, forse?
Se ci sono innocenti o bravi cristi, tra Poliziotti e Carabinieri, è ora che escano allo scoperto e denuncino. Sennò sono solo complici di queste merde.
Maroni che vara leggi razziali, Sacconi che demolisce lo sciopero, Berlusconi che in nome della santificazione del suo portafoglio mette sull’altare del sacrificio migliaia e migliaia di vite – anche le nostre! E la Magistratura non può niente. Tre miseri uomini, e se fossero anche cento, cento miserabili infami straccioni che fanno i burattinai con la sorte mia e dei miei simili.
Cosa mi rimane, questa mattina, cosa? Andarmene in esilio, migrare, in un Paese che mi fa un poco meno schifo, dove mio figlio riceva un’educazione che non sia alla sopraffazione in nome dei soldi e della razza. Oppure la lotta armata – gran dio, io, proprio io, che sono pacifista, che odio le armi e non ne toccherei una col bastone, che non credo che il sangue versato possa portare altro che altro sangue, arrivo a pensarlo?
Che cazzo mi sta succedendo?
Oppure lasciarmi morire di nausea.
Dove cazzo siete tutti?
Siete tutti soli, come me?
mercoledì 6 maggio 2009
THE ZESITIAN CANDIDATE: RIFLESSIONI
Articolo per il blog di Insieme per Pavia. Lo sintetizzo per darvene assaggio. L'articolo completo lo potete leggere cliccando sul link a fondo post.
IO IL MIO VOTO NON LO BUTTO
Per una controcultura in salsa pavese
a.b
(...)
Cercando di essere sintetici e non semplicistici, possiamo partire da alcune premesse: uno, le parole contano, ossia non tutti quelli che usano il pensiero unico del ‘nuovo’ ce la contano giusta; due, Pavia offre una dimensione ideale al realizzarsi dei distretti di cui ha scritto Marcello Stefanelli qualche giorno fa – e lo spiegò Paolo Sylos Labini nel 2005 a una ammirata platea di pavesi, al Collegio Cardano; tre, abbiamo una preziosa occasione di ambire a fare di Pavia una città di controcultura, di rifondare il rapporto tra cittadini e istituzioni, con una spinta che deve e può partire dal basso. (...)
Uno: qui tutti dicono di essere ‘il nuovo’.
(...) Siamo così imbottiti dalla campagna elettorale permanente che non distinguiamo più la politica dal tifo calcistico. È tutto un eterno derby destra-sinistra, che a tutti infatti paiono uguali perché il gioco è sempre quello. Ci chiedono di votare utile perché tanto alla fine del Campionato vincerà solo una delle due: e allora, diciamo noi, è meglio la meno peggio. Questo è marketing, non politica. Eleggere non è comprare il cartellino - la figurina Panini in forma di santino elettorale. Essere rappresentati non è sedersi sugli spalti a fare il tifo. Amministrare non è comandare dall’alto della classifica: la competizione elettorale non decide chi è il più forte, ma a chi toccherà rappresentare la comunità a cui apparteniamo. (...)
Due: ma dove li trovi i soldi per fare tutto questo?
(...) Pavia ha l’enorme fortuna di avere già un nucleo di insediamento, un’Università di eccellenza con ricercatori pronti a sviluppare progetti e spin-off, e un territorio compatibile con produzioni ad alto contenuto tecnologico e a basso impatto ambientale. L’occasione è a un passo, e non è l’unica. Si pensi solo all’ipotesi di insediare un centro congressi e le stretture ricettive di cui necessita.Eppure siamo scettici, perché non sappiamo qual è il valore della promessa: a chi assegneremo il compito di dare finalmente un volto (e un benessere produttivo e non di rendita) alla nostra città? Di chi fidarsi?
Tre: io questi non li voto più. Andassero a lavorare.
(...) siamo talmente abituati a sentir parlare di PIL e banche e tagli alle spese che perdiamo di vista il fatto che la cosa pubblica non sia, per sua natura, gestibile come un’azienda. Il linguaggio delle maggioranze, soprattutto di parte berlusconiana, ci ha abituato a credere nell’idea del Paese-azienda, e quindi nella città-azienda.
È una colossale sciocchezza: l’impresa ha come ragion d’essere il profitto a vantaggio di pochi, e per questo il suo CdA è solitamente snello e i suoi organi operativi sono privi di contrappesi. Non esistono parti, esiste il corpo unico dell’azienda.
Il sindaco di una città amministra tutti, e non solo una parte. E il suo scopo è che tutti abbiano diritto, secondo la legge e la Costituzione, a migliorare le proprie condizioni. Il bene di tutti, non dei suoi Amministratori. Dunque per amministrare una comunità serve anche essere uomini liberi.Quando eleggiamo un candidato, pensiamo mai a chi andrà a governare? Governerà lui, o il suo partito? (...)
Per concludere
(...) Si chiama controcultura perché si oppone al pensiero corrente secondo cui la politica non si può fare se non dentro un partito e senza sporcarsi le mani, al linguaggio suadente delle mani legate o della scarsità delle risorse, alle derive populistiche che ci riducono a tifosi, giocatori d’azzardo o spettatori della nostra vita quotifdiana. Costruirla è già oggi una valida alternativa al non voto e al disimpegno, e domani un modello o un esempio da imitare, di quelli che si leggono o si vedono alla rubrica Good News di Report.
E dio sa quanto abbiamo bisogno di buone notizie.
[l'articolo completo qui]
IO IL MIO VOTO NON LO BUTTO
Per una controcultura in salsa pavese
a.b
(...)
Cercando di essere sintetici e non semplicistici, possiamo partire da alcune premesse: uno, le parole contano, ossia non tutti quelli che usano il pensiero unico del ‘nuovo’ ce la contano giusta; due, Pavia offre una dimensione ideale al realizzarsi dei distretti di cui ha scritto Marcello Stefanelli qualche giorno fa – e lo spiegò Paolo Sylos Labini nel 2005 a una ammirata platea di pavesi, al Collegio Cardano; tre, abbiamo una preziosa occasione di ambire a fare di Pavia una città di controcultura, di rifondare il rapporto tra cittadini e istituzioni, con una spinta che deve e può partire dal basso. (...)
Uno: qui tutti dicono di essere ‘il nuovo’.
(...) Siamo così imbottiti dalla campagna elettorale permanente che non distinguiamo più la politica dal tifo calcistico. È tutto un eterno derby destra-sinistra, che a tutti infatti paiono uguali perché il gioco è sempre quello. Ci chiedono di votare utile perché tanto alla fine del Campionato vincerà solo una delle due: e allora, diciamo noi, è meglio la meno peggio. Questo è marketing, non politica. Eleggere non è comprare il cartellino - la figurina Panini in forma di santino elettorale. Essere rappresentati non è sedersi sugli spalti a fare il tifo. Amministrare non è comandare dall’alto della classifica: la competizione elettorale non decide chi è il più forte, ma a chi toccherà rappresentare la comunità a cui apparteniamo. (...)
Due: ma dove li trovi i soldi per fare tutto questo?
(...) Pavia ha l’enorme fortuna di avere già un nucleo di insediamento, un’Università di eccellenza con ricercatori pronti a sviluppare progetti e spin-off, e un territorio compatibile con produzioni ad alto contenuto tecnologico e a basso impatto ambientale. L’occasione è a un passo, e non è l’unica. Si pensi solo all’ipotesi di insediare un centro congressi e le stretture ricettive di cui necessita.Eppure siamo scettici, perché non sappiamo qual è il valore della promessa: a chi assegneremo il compito di dare finalmente un volto (e un benessere produttivo e non di rendita) alla nostra città? Di chi fidarsi?
Tre: io questi non li voto più. Andassero a lavorare.
(...) siamo talmente abituati a sentir parlare di PIL e banche e tagli alle spese che perdiamo di vista il fatto che la cosa pubblica non sia, per sua natura, gestibile come un’azienda. Il linguaggio delle maggioranze, soprattutto di parte berlusconiana, ci ha abituato a credere nell’idea del Paese-azienda, e quindi nella città-azienda.
È una colossale sciocchezza: l’impresa ha come ragion d’essere il profitto a vantaggio di pochi, e per questo il suo CdA è solitamente snello e i suoi organi operativi sono privi di contrappesi. Non esistono parti, esiste il corpo unico dell’azienda.
Il sindaco di una città amministra tutti, e non solo una parte. E il suo scopo è che tutti abbiano diritto, secondo la legge e la Costituzione, a migliorare le proprie condizioni. Il bene di tutti, non dei suoi Amministratori. Dunque per amministrare una comunità serve anche essere uomini liberi.Quando eleggiamo un candidato, pensiamo mai a chi andrà a governare? Governerà lui, o il suo partito? (...)
Per concludere
(...) Si chiama controcultura perché si oppone al pensiero corrente secondo cui la politica non si può fare se non dentro un partito e senza sporcarsi le mani, al linguaggio suadente delle mani legate o della scarsità delle risorse, alle derive populistiche che ci riducono a tifosi, giocatori d’azzardo o spettatori della nostra vita quotifdiana. Costruirla è già oggi una valida alternativa al non voto e al disimpegno, e domani un modello o un esempio da imitare, di quelli che si leggono o si vedono alla rubrica Good News di Report.
E dio sa quanto abbiamo bisogno di buone notizie.
[l'articolo completo qui]
Due cosette da sapere sul terremoto in Abruzzo

Uno
I fondi per la ricostruzione non ci sono.
Leggete il bolscevico Robecchi, qui.
Due
I subappalti made in Italy. Leggete questo su Il manifesto di ieri.
E infine oggi leggo in una breve che tre ricercatori nel 1989 individuarono la faglia di L'Aquila.
Non vennero creduti. Non fu mai fatto alcun monitoraggio.
Geologia canaglia.
I fondi per la ricostruzione non ci sono.
Leggete il bolscevico Robecchi, qui.
Due
I subappalti made in Italy. Leggete questo su Il manifesto di ieri.
E infine oggi leggo in una breve che tre ricercatori nel 1989 individuarono la faglia di L'Aquila.
Non vennero creduti. Non fu mai fatto alcun monitoraggio.
Geologia canaglia.
Ma in Repubblica Ceca come si vive?
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